Una eccezionale conferma, “Return To Cookie Mountain”. Vent’anni fa i Tv On The Radio erano attesi all’altezza di un secondo album nato con il fardello di seguire il già molto interessante “Desperate Youth, Blood Thirsty Babes” (2004). Quell’esordio vanta un singolo avvincente e immediato come “Staring At The Sun”: sensuale, emotivo, sicuramente rock ma anche indubbiamente contemporaneo. Dopo un album che presenta ispirazioni molto ampie, dal soul al noise-rock, passando per la new wave e l’elettronica e tornando occasionalmente al gospel, il rischio era di vederli arretrare per ripetere la hit indie-rock e capitalizzare l’attenzione di pubblico e critica. Per una volta, invece, ha vinto il coraggio di osare.

La prima frase di “Return To Cookie Mountain”, quella che apre “I Was A Lover”, evidenzia subito il gioco di luci e ombre: “I was a lover before this war”, prima che la New York della band conoscesse l’orrore dell’11 settembre 2001. Il beat elettronico, ottantiano, e i loop che sembrano imitare i suoni assordanti della metropoli scivolano a tratti verso cacofonie assordanti ma sanno anche librarsi in toccanti melodie soul affidate a Tunde Adebimpe.
Non esiste una lettura univoca del significato del titolo dell’album, a cosa si riferisca il “ritorno” del titolo e soprattutto cosa sia la montagna citata. In accoppiata con la copertina che raffigura un nido vuoto, però, è facile immaginare una ricerca del proprio passato, un luogo della memoria nostalgico ma anche doloroso. In questo senso l’ansia che traspare in “Hours” ricorda l’angoscia della prima adolescenza, quando il giudizio degli altri è un macigno soffocante:
You walked around, thought yourself beautiful
Just too bad they stared, just too bad they stared
Broke up your crown, called you “unusable”
“Try to breathe, as the world disintegrates”, suggerisce la splendida “Province”, quella che vent’anni dopo qualche ufficio stampa avrebbe chiamato la focus track dell’album. Mentre i loop disegnano un arrangiamento instabile, il brano s’impenna magnifico nel suo ritornello tra noise-rock e soul, a doppia voce:
Hold your heart courageously
As we walk into this dark place
Stand steadfast, erect and see
That love is the province of the brave
Amare è un atto di coraggio, una scelta da percorrere fino in fondo nonostante tutto. Nella fragilità di un mondo senza riferimenti certi, sembra l’unico punto da cui poter ripartire. È un brano che riassume la capacità della formazione di dondolare tra idee compositive anche piuttosto articolate e potenti affondi emotivi. L’ospitata di David Bowie alla voce, un estimatore della band, è solo la ciliegina sulla torta.
Il drone da cui prende il via “Playhouses” apre un brano apparentemente più lineare. In realtà, è un esercizio di tensione alimentato dalla batteria di Jaleel Bunton e dalla chitarra di Dave Sitek: un crescendo che non esplode mai. Prepara, in un certo senso, alla canzone più dritta dell’album, “Wolf Like Me”, che racconta il desiderio e la passione come una trasformazione interiore. Il coraggio di amare è diventato la forza vitalistica che trasforma se stessi e quindi anche la realtà soggettiva. È un trionfo squarciato da un bridge che riscopre la fragilità: si ama solo se riamati, almeno in un sogno.
Dream me, oh, dreamer, down to the floor
Open my hands and let them weave onto yours
Feel me, completer, down to my core
Open my heart and let it bleed onto yours
Feeding on fever, down on all fours
Show you what all the howling is for
L’intreccio tra armonie vocali e un lo-fi subdolamente rumoroso è la spina dorsale di “A Method”, un quadretto quasi psichedelico che spezza in due l’album. A contrasto c’è il chiasso di “Let The Devil In”, un blues tensivo e minaccioso collocato con fin troppo coraggio in mezzo alla scaletta. Con “Dirtywhirl” l’album torna sul suo binario di equilibri instabili, galleggiando fra intrecci vocali e arrangiamento stratificato, prima di ripartire alla carica con la tenebrosa “Blues From Down Here”.
È il momento di approdare al gran finale. “Tonight”, di quasi sette minuti, fluttua su chitarre distorte lasciate sullo sfondo e fischi galattici, lenta e struggente, fino a risultare ipnotica e surreale. “Wash The Day”, che sfora gli 8 minuti, è il brano più noise-rock, avvolto dallo sferragliare della chitarra. È un magma sonoro che riconduce ai Velvet Underground e che scopre substrati psichedelici più marcati, fino a esplodere dopo cinque minuti e dissolversi in una coda onirica, tra droni galattici e tamburello.
Dopo vent’anni dalla pubblicazione, “Return To Cookie Mountain” è come visitare con un po’ di nostalgia un luogo caro. Album che fotografa un momento di commistione dell’indie con altri suoni e culture, non è stato ripetuto dai Tv On The Radio e neanche da altre band contemporanee o successive. Viene da teorizzare che contenga un frammento dello zeitgeist e forse ciò lo rende anche meno potabile per chi quel periodo non l’ha vissuto in diretta. L’approdo di decenni di globalizzazione dei consumi e della cultura, vista dalla megalopoli di New York, è un melting pot postmoderno senza confini, tenuto insieme dal sentimento. Il passato new wave, i ricordi elettronici, la tradizione rock e il calore soul si uniscono per raccontare l’inquietudine tra eventi critici come l’ancora doloroso 11 settembre e la prossima crisi finanziaria. Se è vero che i millennials, come chi vi scrive, sono cresciuti in un continuo scenario di stravolgimento, allora “Return To Cookie Mountain” è una colonna sonora di questo vivere instabile. Tutti, in fondo, vogliamo tornare al nostro nido.
14/06/2026