“Tradizione è la custodia di un fuoco non l’adorazione della cenere”
(Gustav Mahler)
Il caos della metropoli, il pulsare di un cuore nero. Manhattan innevata in pieno dicembre con il sole dell’Africa nell’anima. E poi il futuro, terribile e affascinante: macchine antropomorfe capaci di gioire, templi alieni che risuonano
spiritual meccanici. Nuove forme d’umanità, nuove forme di preghiera. Tradotto in musica: Tv On The Radio, uno dei gruppi più originali venuti fuori dal quel perenne vivaio musicale che è New York. Non ce ne vogliano gruppi straordinari come
Liars e
Black Dice, ma lo spirito della Grande Mela degli anni Duemila è racchiuso nel
sound architettato da Tunde Adebimpe, Andrew Sitek, Kyp Malone, Gerard Smith e Jaleel Bunton.
Caotica ed elegante, fredda e matematica nel guscio, quanto emozionale e profonda nella polpa, la musica del quintetto newyorkese risalta per originalità e audacia stilistica: negli anni della copia carbone della
new wave e del
post-rock del
post-rock, i Tv On The Radio hanno saputo tornare alle origini della musica popolare nera (il
blues, non le dodici battute, ma il sentimento di nostalgia e tristezza che spingono l’uomo a cantare; il
soul, la musica della felicità dell’anima e dell’affermazione del corpo nella sua fisicità) innervandole della sensibilità futurista del
funk-punk paranoico dei
Talking Heads, del
glam cervellotico dei
Roxy Music, del pop elettronico di
Eno e
Bowie e degli squarci chiaroscurali dello
shoegaze di
My Bloody Valentine e
Spacemen 3.
Un
melange sonoro che avrebbe potuto generare un mostro, e che invece si è imposto con tutto il suo fulgore ai vertici delle proposte musicali degli ultimi anni. I gruppi che riciclano il
post-punk si sono fermati ad adorare la cenere, mentre i Tv On The Radio hanno tenuto acceso quel fuoco sacro che fu dei grandi.
Lo “zoccolo duro” della band è composto da Kyp Malone (voce), Tunde Adembimpe (chitarra e voce) – che porta avanti in parallelo la sua carriera di attore e regista nel giro del cinema indipendente americano – e Andrew Sitek, polistrumentista e produttore, nonché brillante fotografo e pittore.
I tre formarono i Tv On The Radio nel 2001, l’anno prima del debutto ufficiale di
Ok Calculator (autoprod., 2002). Questa embrionale uscita discografica, polemicamente dedicata alla rivoluzione
Radiohead-iana di “
Ok Computer”, è così ripartita in registrazioni
on the road di cantate amatoriali a cappella (“Netti Fritti”, “Me - I”, “Buffalo Girls”, “Los Mataban”, “Yr God”, “Y King”),
r’n’b in stile
techno (“Say You Do”, “Robots”, “Ending Of A Show”, “Hurt You”), strumentali
electro-percussivi (“Pulse Of Pete”, “Doing My Duty”) e nelle loro ibridazioni stralunate (“Bycicles Are Red Hot”, l’unico vero germe di “Desperate Youth”, e “Sheka Baby”). I 16 minuti di “On A Train”, un panneggio
lo-fi diafano, sono il loro tributo all’
ambient techno.
La carriera dei Tv On The Radio inizia però con l’Ep
Young Liars (Touch & Go, 2003), una più convinta anticipazione delle opere maggiori a venire, grazie alla vorticosa “Satellite” (con miasmi elettronici a intermittenza), alla prima versione di “Staring At The Sun”, all’ambientale, elegiaca “Blind” e allo
swing alienato da valanghe
shoegaze della
title track. La versione della
Pixies-iana “Mr Grieves” in stile Bobby McFerrin illustra ancora lo spartano divertissment di “Ok Calculator”.
Da
Young Liars in poi la formazione sarà ampliata grazie agli innesti, prima provvisori e poi in pianta stabile, di altri due abilissimi polistrumentisti: Gerard Smith e Jaleel Bunton. Un bianco e quattro neri, i Tv On The Radio sono anche lo specchio, in musica, del
melting pot etnico, linguistico e culturale dell’odierna società newyorkese.
L’album che li rivela al mondo, ottenendo positivi riscontri sia presso la critica che presso il pubblico, è
Desperate Youth, Blood Thirsty Babes (Touch & Go, 2004). Si tratta di un disco non ancora pienamente maturo, ma la cui proposta stilistica non lascia certo indifferenti, per quanto non colpisca ai primi ascolti: la musica dei Tv On The Radio, infatti, è carica di energia positiva trattenuta, che raramente deborda per invadere l’ascoltatore, preferendo insinuarsi sottilmente sottopelle. È il simbolo del bisogno giovanile di comunicare la propria esistenza e dell’impossibilità di riuscirci nell’epoca della proliferazione invadente dei mass media. E allora via con le danze aliene, così sensuali e deliziose, eppure così inquiete.
Il disco parte con un trittico micidiale: apre i battenti “The Wrong Way”, uno dei loro irresistibili
boogie implosivi per la gioventù disperata del terzo millennio, il cui arrangiamento (ricami armonici di flauti e tastiere con il sassofono a gettare ulteriore benzina sul fuoco ritmico dei tamburi) lascia sbigottiti. Si prosegue poi con “Staring At The Sun”, maestosa sintesi di musica d’ambiente e pop
vintage, e “Dreams”, un’altra apoteosi di atmosfere torbide (gli intrecci armonici delle tastiere in sottofondo) interrotte da improvvisi lampi di luce (le scariche elettriche delle chitarre). Altra perla è “Ambulance”, brano cantato a cappella da tre voci, un solista e due cori, che si rincorrono in contrappunti serrati e polifonie ardite, per incontrarsi poi a metà strada tra i mottetti pop dei
Beach Boys e i canti di libertà degli schiavi neri americani di inizio Novecento. Si lasciano apprezzare anche “Bomb Yourself”, formidabile versione futuribile dell’
art-rock di
Wire e
Television, “Poppy” e “Wear You Out”.
Il limite del disco, a ben vedere, risiede nel forzare troppo la formula di “Staring At The Sun” in alcuni episodi (“King Eternal” e “Don’t Love You”), i quali rischiano di sfociare nella monotonia.
Desperate Youth, Blood Thirsty Babes non è certo un capolavoro, ma, a differenza di molti dischi ad esso coevi spacciati per tali, non è mero “copia e incolla” degli stilemi musicali in voga nei primi anni Ottanta.
I Tv On The Radio guardano sì con un occhio alla
new wave (
Killing Joke,
New Order,
Ultravox), ma con l’altro indagano i vari linguaggi musicali tradizionali dei neri americani, e con la mente viaggiano verso il futuro. Nel 2004, però, i tempi erano ancora acerbi perché il risultato delle loro alchimie potesse essere perfetto. A portare a termine tale processo di sintesi ci penseranno i rivitalizzanti, per il
rock tutto, enzimi musicali contenuti in quell’imponente capolavoro che risponde al nome di
Return To Cookie Mountain (4AD, 2006).
Capolavoro che esce nel 2006 per un’etichetta importante quale la 4AD e che proietta definitivamente la band newyorkese al centro del panorama musicale del decennio. La formula di
Return To Cookie Mountain non è poi tanto diversa da quella del disco precedente, solo che di ingenuità e cali di tensione non ce n’è ombra: tutti gli elementi stilistici sono amalgamati con coerenza, sapienza e maggiore personalità. Ormai nessuno ha il marchio sonoro dei Tv On The Radio e cercare di ricondurre a un genere pre-esistente la loro musica è operazione fallace. Anche questo lavoro è tempestato di
r'n'b futuristi e autistici (“I Was A Lover”, Hours”) e di
soul eleganti e androgini (“Dirtywhirl”), oltre che di robotiche innodie in crescendo (“Province” con David Bowie ospite di lusso). Peculiari, però, risultano anche le parti di chitarra, soprattutto dal punto di vista timbrico nonché degli effetti, sì memori delle chitarre
shoegaze, ma dotate di un suono più saturo e “materico”.
Dopo il primo terzetto di brani, vischiosi e avvolgenti, il disco accelera grazie al frenetico
breakbeat di “Playhouses”, culminando nel
boogie mannaro di “Wolf Like Me”: i tamburi si affannano a rincorrere se stessi, le tastiere si dilatano in atmosfere fantascientifiche, le sciabordate chitarristiche irretiscono i rantoli del
sax baritono. Non mancano, ovviamente, quei canti liberatori, quei laici esorcismi della paranoia moderna che costituiscono il climax emotivo del disco: “Method”, che fa uso di intrecci polifonici vocali su una base ritmica per scarti percussivi sintetici e “concreti”, e “Let The Devil In”, vero e proprio rituale tecno-primitivo che si concretizza in un urlo collettivo di gioia, rabbia e amore.
Un altro dei loro vertici è “Blues From Down Here”, nella quale Malone intona un canto di passione (un
bues) stagliato su un fondale ritmico, formato da una batteria antispettacolare ma coinvolgente, oltre il quale si aggrovigliano ardite armonie di voci, synth e fiati. “Tonight”,
gospel notturno alla magnificenza della luna con diluvio distorsivo di chitarre e clarinetto bucolico, apre la strada per la conclusiva “Wash The Day”, brano dalle venature
industrial e
trip-hop, tra l’ossessione claustrofobica di un
beat catatonico e l’energia vitale irradiata dalle corde elettrificate di chitarre e
sitar.
Gospel alieni,
soul nuclearizzati,
blues del futuro,
shoegaze emaciato, brandelli di
funk, pscihedelia e
new wave:
Return To Cookie Mountain sarà ricordato come un miracoloso e coerente amalgama, inaudito e inedito, di stili disparati.
Il seguito di questo capolavoro, due anni dopo, s’intitola
Dear Science (Interscope / 4Ad, 2008), album che converte la miscela
digit-shoegaze di
Return To Cookie Mountain a una nuova forma di suono
kitsch. In
Dear Science i suoni s’infoltiscono ai livelli Spector-iani d’un mirabile
wall of sound, che non fa più distinzione di elettronica, percussioni miste,
beat, archi, fiati e voci a cappella.
Ciò non toglie che la loro proverbiale psicosi sonica venga meno. “Shout Me Out”, un magico montaggio sonoro (che contiene pure strappi dinamici dalla perfezione chirurgica) che ambisce a unire la calma di
Paul Simon ai
vaudeville alienati degli
Xtc, fino a costituire un ponte ideale tra il loro precedente album e una sorta di scenografia sonora totale. In “Dancing Choose”, un
cha-cha misto a rumba misto a un
drum’n’bass con
groove montante si contende la scena tra i numerosi trucchi d’arrangiamento. In “Shout Me Out”, detonata da un siparietto da gruppo vocale (che quasi ricorda le demenze dei Drifters), l’umore schizofrenico implica una corsa da locomotiva
punk in controtempo e una serafica nenia
soul à-la Terry Callier.
Ma un’ancor più puntuale dimostrazione di stile, eleganza e classe risiede soprattutto in una ristrutturata, persino inedita velleità cantautoriale, come si può apprezzare nelle ballate di “Stork & Owl”, una processione in crescendo dei primi
Bad Seeds tenuta a freno da una mestizia controllata. “Love Dog”, seriosa, deborda di arrangiamento (al punto da soverchiare il resto), mentre “Crying” punta tutto sulla stereofonia ad effetto per elevare il lirismo di Adebimpe, fino a stemperarsi in una curiosa seconda parte orchestrale-digitale. “Lover’s Day”, inno fiero e marcia gioviale, porta a un punto di non ritorno il loro neo-massimalismo, mentre “Family Tree”, elegia per piano, accarezza riverberi e palpiti ritmici, sussurri a capella e melodia da pop barocco da “
Pet Sounds”. La più soprassedibile, “Red Dress”, stravolge un
funk dozzinale in registri carnascialeschi alla
Fall.
A metà via tra questi procedimenti, la fusione della band ambisce pure a perfezionare una forma di
black music futuribile: “Golden Age” è una ballata
funky in falsetto alla
Cody ChesnuTT che prende la rincorsa da svarioni timbrici e si risolve in un festival dissoluto di voci, ottoni e contrappunti digitali; in “DLZ” l’impostazione
soul diventa una mera allucinazione, mentre il corpo dell’assetto sonoro diventa il duello tra voce, produzione e post-produzione elettronica.
Dimostrazione per assurdo della solidità del
sound originale, quasi dottrinale dei Tv On The Radio, è un disco prodotto in modo magniloquente da un Sitek padre e padrone - che sfavilla in ogni direzione, dalle melodie retro degne dei grandi del
soul così come delle trasfigurazioni degli AR Kane, alle numerose frasi in pompa imperiosa. Anche Adebimpe si schiarisce l’ugola con rara lucidità, e Malone gli tiene testa. Come per i classici, si può leggerlo trasversalmente da più punti di vista: l’ascolto compiaciuto, quasi facilitato, l’esplorazione più completa delle loro (vaste) potenzialità, o un insieme caotico di brachilogie poco ortodosse in forma musicale; non ultimo, una
tracklist da perfezione paradisiaca. Presentato al David Letterman’s Show, con “Dancing Choose” in versione
live, il 26 settembre 2008.
Dopo i progetti solisti di Kyp Malone (a nome
Rain Machine) e del capoccia Dave Sitek (a nome Maximum Balloon), i Tv On The Radio ritornano in studio per
Nine Types Of Light (2011), un album che contiene discrete innovazioni rispetto al loro
sound (ma non, purtroppo, innovazioni in senso assoluto). Ci sono nuovi record di camaleontismo ("Second Song", "Killer Crane", No Future Shack") che aprono a citazioni, a personali vie al
fun, e persino a una forma di estasi senza precedenti, e canzoni più dinamiche, come “New Cannonball Run” e "Will Do", i cui arrangiamenti debordano nella confusione, o non posseggono i crismi della
hit. L'unico momento alla
Pere Ubu è affidato alla coda psicotica di "Repetition", ma la biplanare “Caffeinated Consciousness” alterna rap-rock quasi-sinfonico a mielose strofe soul-pop.
Il duo Sitek-Adebimpe fa qui assomigliare l’album a una gara di competenze: il primo, produttore sofisticato, esaurisce il suo repertorio di trucchi (battiti, cristalli di chitarra, bassi gommosi, tastiere, persino banjo e scampoli di folktronica), ma sbanda qua e là nella bruttura e smarrisce il senso del caos. Il secondo,
vocalist eclettico, stira in ogni direzione la voce. Ma non sempre ha il mordente. Una collezione che spicca per molti motivi e impressiona, ma non colpisce al cuore.
Immediatamente dopo l'uscita del disco, i Tv On The Radio perdono il bassista Gerard Smith, colto da tumore ai polmoni. L'evento tragico scuote la compagine, che per prima cosa straccia il contratto con Interscope e inizia a ripensare alla sua stessa ragion d'essere.
E' Sitek, sempre più conclamato leader, a prendere in mano la situazione. L'opera successiva,
Seeds, è così una sua esclusiva creazione che schiaccia i comprimari, al punto da ridurli a band-farsa (a parte le due esplosive "Lazzerray" e "Winter"). Solo una lunga e ambiziosa "Ride" riesce a fondere la magia della produzione con una ritrovata personalità di gruppo. E' però il primo disco minore della compagine newyorkese, troppo simile a sè stessa e con troppi brani che sanno di stanca routine, e spesso scadono nell'autoimitazione.