Maggie Rogers

The Echo

2012 (self released) | folk, alt-country, songwriter

A porre un orecchio (un po' disattento, a dire il vero) sui brani accolti in “The Echo”, senza conoscere quantomeno le generalità principali della musicista che li ha firmati, verrebbe da pensare che si tratti di qualche gemma folk nascosta proveniente dritta dritta dagli anni '70 e riesumata soltanto di recente, nel clima dominante di riscoperta e ripubblicazione di pagine sepolte della musica contemporanea. E invece, la storia è alquanto differente: in primo luogo, perché l'opera non è un “capolavoro” minore ritrovato sotto strati e strati di polvere, e in secondo luogo, perché a dispetto della maturità messa in campo, ad aver scritto le dieci canzoni non è una signora attempata, ma una spigliata diciottenne americana, Maggie Rogers, qui al suo esordio assoluto, il primo passo di una carriera che potrebbe dar luogo a notevoli risultati.
E nonostante venga facile, se non quasi automatico, puntare il dito contro l'ultima arrivata di una scena giunta oramai a saturazione, che trabocca di giovani e giovanissime aspiranti Joni Mitchell, è talmente tangibile, così disarmante la franchezza e l'onestà delle interpretazioni, che si desta spontaneo l'interesse (a chi ovviamente ha la pazienza e la curiosità di rinnovare l'appuntamento con le secolari tradizioni del folklore oltreoceano) per l'ennesima nuova sensazione del firmamento popolare.

Immersa nella musica sin dalla più tenera età, quando a soli cinque anni si avviò allo studio dell'arpa, la giovanissima autrice del Maryland si è indirizzata con la più assoluta naturalezza alla composizione e alla scrittura, accantonando però le angeliche corde del poderoso strumento a favore inizialmente della chitarra, e in un secondo momento del banjo. Ed è con quest'ultimo fedele alleato che hanno preso forma i brani racchiusi nel suo primo lavoro, brani che guardano al passato e al canone non come uno scoglio da arginare ad ogni costo, bensì come un'opportunità per poter trovare il proprio spazio, senza sconfinare nel puro e semplice mestiere.
Scritto tra la sala prove del suo liceo e il rinomato Berkley College in quel di Boston, l'album ci introduce ad una cantautrice disinvolta e perfettamente a suo agio nell'ispido territorio della ballata folk di stampo più classico, declinata in tutte le sue forme, ed eventualmente piena di asterischi, sia produttivi che di contorno, che ne calino l'immaginario in un quadro ciononostante più attuale del previsto. Beatamente dimentica di qualsiasi riferimento possibile, la Rogers confeziona con applicazione e zelo inusitato quadretti sfuggenti e confidenziali.

A metà tra una raccolta di fiabe e un excursus autobiografico, l'eco di Maggie vibra e risuona toccando le corde più intime dell'anima; le canzoni, oltre all'impeccabile aspetto formale (gli arrangiamenti, inappuntabili, sono forgiati anche sui contributi più cameristici di violino, violoncello e pianoforte), vantano di una fortissima e tangibile componente emozionale, che non sfiora nemmeno di striscio ammuffite romanticherie o le ennesime paturnie sentimentali, tristi luoghi comuni di tante dive e divette del cantautorato tinto di rosa. Qui anzi, il passaggio dall'adolescenza all'età adulta viene rivisto e vagliato con un'ottica tutt'altro che convenzionale, raccontato con un distacco e una lucidità che arride a chi è ben più avanti nell'età (la toccante “The Kids”). Con un'identica immediatezza affronta poi lo scosceso crinale tra vita e morte, entrambe messe in rilievo attraverso il dualismo dell'io in relazione con l'altro (lo splendido distico gothic-country “Embers”- “Deep In The Earth”, eseguito quasi come se Marissa Nadler scoprisse una potenza finora nascosta nella sua ugola e incrociasse il proprio destino con quello dei primissimi 16 Horsepower), per poi abbandonarsi, con commosso candore, a ricordi di un'infanzia non così lontana nel tempo (nella purezza melodica di canzoni come “Creatures” e “A Love Letter”), eppure del tutto estranea, se rapportata a quanto di bello e nuovo vissuto ultimamente.

Song writing is the only form of magic left on earth”, dichiara la cantautrice in un'intervista rilasciata recentemente, e a giudicare dalla bontà di un'intensissima ballata come “Satellites”, non riesce difficile essere d'accordo con lei. E' nata una stella? Chi può dirlo, fatto sta che tutte le vacue cantrici dei propri crucci sono avvisate, ché è molto probabile non avranno vita facile d'ora in poi.

(06/10/2012)

  • Tracklist
  1. Echo Hymn (Intro)
  2. Embers
  3. Deep In The Earth
  4. Creatures
  5. Wolves
  6. By Morning
  7. A Love Letter
  8. Kids Like Us
  9. Satellite
  10. You (Embers Reprise)
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