Nils Frahm

Screws

2012 (Erased Tapes) | modern classical

Da quando, negli anni Novanta, il movimento new age ha portato alla ribalta popular il macrouniverso dei suoni organici, il piano solo ha smesso di essere un'arte d'élite per divenire alla portata di più o meno chiunque. A dimostrare la metamorfosi, basti pensare a quello che fu probabilmente il suo apice espressivo extra-classico – Il “Köln Concert” di Keith Jarrett – e paragonarlo a gran parte delle recenti produzioni. Questa deflagrazione ha conseguentemente diluito la qualità media delle produzioni e accresciuto il tasso selettivo nei riguardi delle stesse.

Se fosse esploso una decina di anni fa, Nils Frahm sarebbe probabilmente stato accolto come l'ennesimo nuovo “piccolo genio” della scena pianistica. Il suo è uno stile a dire il vero ben lontano dal mondo popular di cui sopra (che va dalla new age ai finti “neoclassici” ben rappresentati dal nostro Giovanni Allevi), che deriva molto di più dal sentimento che dall'organizzazione mentale. Non è il “solito” piano solo, insomma, toccante a tutti i costi, ma un gergo che necessita di una certa “apertura emozionale” per poter essere inteso e, successivamente, parlato. Più che un compositore che gioca con le note, Frahm è un cantautore che comunica con il pianoforte anziché con le parole.

Il difetto principale che si può riscontrare nel suo linguaggio è però la sostanziale povertà lessicale dello stesso: se il modus comunicandi risulta originale e arguto, è la staticità del contenuto a impedire al tutto di spiccare l'ambito volo verso l'eccellenza. E così “Screws” - quinto album in totale sulla lunga distanza – cerca di nuovo di superare l'ostacolo cambiando l'approccio e la fisionomia, l'ordine delle proposizioni. I rivoli elettronici delle precedenti prove vengono accantonati del tutto, con il pianoforte lasciato solo e assistito esclusivamente da crepitii d'ambiance elettro-acustica. Gli assi nella manica, come al solito, non mancano, e prendono le forme della malinconica apertura à-la-Peter Broderick di “You” e del romantico finale di “Me”.
Gli altri e più brevi sette brani sono invece parti di un tutt'uno già a partire dai nomi (quelli delle sette note musicali), e si immergono con maggiore ambizione in territori di matrice classica (Max Richter) senza disdegnare levigature jazzate (Brad Mehldau).

Il risultato è un album che scorre limpido attraversando sentieri emotivi sempre nuovi, ma che cerca di dipingerli sfruttando le medesime coordinate sonore. Il maggior pregio di Frahm si conferma essere la capacità di flirtare con mondi complessi senza perdere di vista la matrice di semplicità e purezza propria della sua musica, e in tal senso “Screws” è senz'alcun dubbio uno dei suoi parti più riusciti. Di nuovo, però, la sua tavolozza risulta essere composta dagli stessi colori, tra l'altro piuttosto restii a fondersi per creare varianti e sfumature. Brad ha la stoffa e il talento per raggiungere l'olimpo, ma il salto di qualità definitivo deve ancora arrivare. E il tempo, come una morsa, stringe ogni disco di più.
Ultima chance.

(29/12/2012)

  • Tracklist
  1. You
  2. Do
  3. Re
  4. Mi
  5. Fa
  6. Sol
  7. La
  8. Si
  9. Me
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