Indelebile, il ricordo di
Jack Rose continua a far sentire la sua eco anche su questo nuovo parto dei
Pelt. Si prenda l’iniziale “Of Jack’s Darbari”: sin dal titolo, il riferimento al vecchio compagno di viaggio è più che chiaro, ma è la cupezza dell’insieme, dilatato e trascendente qualsiasi volontà strutturante, a richiamarne simbolicamente la prematura morte, avvenuta all’età di 38 anni per un infarto.
“Effigy” è uno dei dischi più introversi dell’
ensemble americano. Sulle tracce del minimalismo raga di
Tony Conrad, l’opera intreccia ricami di violino, percussioni estatiche e disseminazioni droniche in un piccolo compendio di sciamanesimo raga-psichedelico (“Wings Of Dirt”, gli oltre ventidue minuti di “Ashes Of A Photograph”), ma non manca di adagiarsi nelle torbide introspezioni di “Spikes And Ties” (che sperimenta l’evocazione di fantasmi in un vuoto siderale) e “Last Toast Before Capsizing”, in cui la loro idea di
free improvisation manifesta vestigia
AACM.
In “From The Lakebed”, un riecheggiare insistito di campane contribuisce alla definitiva discesa dell’ascoltatore in una dimensione parallela, la stessa da cui, da quasi vent’anni, Mike Gangloff e soci continuano a diffondere le loro ipnotiche vibrazioni.