Polvere e sudore, deserto e orizzonti infuocati. Tra punk-blues e
wave imbastardita da occhiatacce gotiche, gli australiani
Slug Guts riaccendono la miccia di un passato ormai mitico, ringalluzzendo la tradizione indigena fin da quella “Scum” che nelle contorsioni di sax accende anche qualche luce votiva agli indimenticati
King Snake Roots.
Sarcastici, arrabbiati e paranoici, i ragazzi di Brisbane mantengono sostanzialmente inalterato il livello qualitativo già espresso nel disco precedente, presentando una manciata di brani di buona fattura, ma decisamente indirizzata a quanti non possono davvero fare a meno di ritornare a certi giorni ormai lontanissimi nel tempo.
In un’ambientazione decadente, dove il
Nick Cave delle prime
feste di compleanno si troverebbe a suo agio, “Playin’ in Time with the Deadbeat” consolida un sound poco originale ma incisivo nel fare il giro delle varie influenze.
Se, quindi, in brani quali “Suckin’ Down” e “Moving Heat” si sentono anche echi dei
Sisters Of Mercy, l’isteria sale in cattedra e va di piglio minimalista in “Order Of Death”, mentre le chitarre continuano a dilatare gli spazi trasformando le sterminate lande australiane in novelle praterie attraversate da orde poco raccomandabili di cowboy (“Black Sports”).
Il blues, ovviamente, è sempre un fuoco vivo e rinfrescante (la title-track, le paludi acide in stile
Gun Club di “Blond Hairs”), come il taglio
post-punk, ombroso e ipnotico (“Stranglin’ You Too”), ma non mancano anche momenti di pura celebrazione del dolore, come nella lenta e solenne “Do You Wanna Hang Right There”.
Niente di clamoroso, ma per una serata in compagnia, tra qualche bicchiere e un po’ di tabacco, va più che bene.