Wake

A Light Far Out

2012 (Les Temps Modernes Recordings) | alt-pop

"Nothing should be forever.
Bands should do one single and then split-up,
fanzines finish after one flawless issue,
lovers leave in the rain at 5am and never be seen again -
Habit and fear of change are the worst reasons for ever doing anything."


Recitava così un estratto dell'annuncio con cui Matt e Clare, nel lontano 1995, accompagnando l'ultima compilation di casa Sarah - "There And Back Again Lane (#100)" - sancivano la fine dell'etichetta bristoliana. Una fine annunciata, un po' cinica nel suo intento se vogliamo, ma una fine necessaria. Il primo atto della rivoluzione è la distruzione, e la prima cosa da distruggere è il passato. Fa paura, come innamorarsi, ma ci ricorda che siamo vivi.
Come detto, fermare l'etichetta dopo cento singoli fu probabilmente e paradossalmente il più splendido manifesto indie-pop che potessero innalzare, un manifesto che avrebbe detto di più della musica pop rispetto a qualsiasi altra trovata di marketing concepibile. E sappiamo bene come la pensava Matt riguardo alla pubblicazione dei brani sulla sua etichetta. Di come ritenesse che i costosissimi 12" fossero solamente la subdola manifestazione della volontà capitalista, e di come l'indiepop fosse solo questione di 7", il formato ideale per i singoli. Accuse che dopo l'85 vennero lanciate a madre Creation, rea di essersi venduta.

Ma come biasimarlo? Come biasimare la scelta di dissoluzione di quel germoglio in crescita che era Sarah? La perfezione è fugace, immobile, intoccabile e rischia di sfuggire, ma così facendo è rimasta immutabile nel suo idilliaco simulacro.
Questo è stato il segreto fondamentale che ha portato - insieme a Subway Organization, Bus Stop, Summershine, 53rd & 3rd e moltissime altre - la Sarah Records ad assurgere nell'olimpo delle etichette indie-pop tutte, la sua perfetta immutabilità.

La rottura dell'etichetta bristoliana sancì anche il cambiamento di parecchie di quelle realtà che in principio applicarono quel manifesto alla lettera. Alcune proseguirono, invece, su Shinkansen - la prosecuzione informale di Sarah - talvolta cambiando nome (Brighter, Another Sunny Day, The Field Mice, East River Pipe...), di molte si perse traccia (The Sweetest Ache, Golden Down, Poppyhead, Gentle Despite...) altre ancora variarono nome ma sparirono dalla circolazione in pochissimo (Sea Urchins, Brighter...) altre in ultimo si sciolsero per poi tornare recentemente a sfornare alcuni singoli (The Orchids, St. Christopher...).
È questo anche il caso degli scozzesi Gerard McInulty e Carolyn Allen, che dopo la collaborazione con Robert Wratten nel progetto Occasional Keepers tornano dopo diciotto anni a sfornare materiale a nome The Wake. Ed è uno di quei ritorni che non ti aspetti.

"A Light Far Out" nasce come una giostra sfaccettata di brani, scampoli di materiale già edito, in un unione di quello che i Wake hanno saputo raccontare sia nei primissimi anni post punk quando risiedevano su casa Factory, sia nel loro epilogo indie-pop su Sarah. Un libro che rivela attraverso una girandola luminescente la genuinità e il fascino di un gruppo che da sempre possiede il mutuo segreto della canzone tout-court.
E possiede da sempre perché sebbene gli anni siano passati la magia è rimasta la stessa di quando seducevano con pezzi da novanta come "O Pamela" e "Carbrain". Prodotto da Cameron Duncan, già al lavoro con i Teenage Fanclub e Iann Catt, produttore dei Saint Etienne e degli altri innumerevoli progetti di Bob Wratten, "A Light Far Out" racchiude, nelle sue atmosfere trasognate e aleatorie, visioni oniriche che aleggiano nel profondo dell'anima, tra il respiro e i battiti del cuore.

Influenzati dalle collaborazioni con Bob, il suono si è spostato verso atmosfere cariche di fluorescenze più in ottica Northern Picture Library e Trembling Blue Stars piuttosto che ad una ripresa nuda e cruda dei vecchi lavori, e "If The Raven Leave", già rilasciata su "True North" con gli Occasional Keepers, ne è un esempio, a testimonianza di una variazione che non perde però in retaggi emotivi.
Le emozioni scorrono difatti sugli stessi binari perché, se "Stockport" ammalia con la sua malinconia pacata, pronta a farsi viva tra tastiere da lacrima e glockenspiel gocciolanti, "Methodist" continua a funzionare con una drum-machine appena accennata, e a regalare visioni estatiche richiamando il loro capolavoro "Here Comes Everybody". Un suono rimodellato e plasmato in un'ottica più dream pop, fintamente lasciva, allineandosi per certi versi agli ormai ex-colleghi Eternal, oggi conosciuti come Monster Movie.

Pesce fuor d'acqua è "Back Of Beyond", la più Sarah-oriented, già edita in versione solo strumentale su "Tidal Wave Of Hype", qua rivisitata con una linea vocale tutta nuova. La voce di Carolyn su "Starry Day", la più downtempo del disco, suona non dissimile da una rivisitazione moderna del folk contemporaneo, accompagnata da pennellate acustiche e flebili flauti dal sapore pastorale.
L'interludio arriva nei gorgheggi della strumentale "Faintness", dal retrogusto Morr, trasportando per mano alla tiratissima title track che, nonostante la sua eccessiva dilatazione, avvolge e riscalda tra synth sibilanti, sfruttando stacchi naturali che non ne fanno pesare l'eccessiva lunghezza - portando alla mente immagini di rotte in acqua calme, quando veleggiando di notte all'orizzonte ti lasci la terra ferma alle spalle allontanandoti dalle luci portuali: "There is a light far out, over there, over there...".

La conclusiva e più uptempo "The Sands" porta a termine un viaggio alla scoperta di un gruppo che sembra aver guadagnato più ammiratori oggi di quanti non ne avesse mai avuti ai tempi di Factory e Sarah. Una luce lontana, che per nostra fortuna non è mai stata così vicina, nella speranza che questa luce e la bellissima storia dei Wake non finiscano qua.

(14/06/2012)

  • Tracklist
  1. Stockport
  2. If The Ravens Leave
  3. Methodist
  4. The Back Of Beyond
  5. Starry Day
  6. Faintness
  7. A Light Far Out
  8. The Sands
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