AA.VV. - Molam: Thai Country Groove From Isan

2013 (Sublime Frequencies)
molam, thai-pop

Molam (anche mor lam,“cantante esperto”) è un’espressione musicale vivace ed estremamente elaborata, dai contenuti sentimentali e ironici, attribuita oggi all'unanimità ai prolificissimi “cantautori” laotiani, ma le cui origini si confondono in realtà con la storia dimenticata dei movimenti migratori tribali nel sud-est asiatico. A dispetto di una forma tanto curiosa ed eccentrica, relativamente modesta è stata l’attenzione di musicisti e media occidentali, limitata grosso modo all’interesse dei soli Jon Hassell e Jah Wobble (l’esperimento “Molam Dub”).
Nel 2004 quindi fu la lungimirante Sublime Frequencies ad azzardare per prima una pubblicazione, in edizione limitatissima, che testimoniasse la scena laotiana e dell’Isan (oggi Thailandia) tra gli anni Settanta e i primi Ottanta, nel momento in cui gli schemi tradizionali del genere vennero radicalmente rivoluzionati grazie all’adozione di nuovi strumenti elettrificati, nuovi temi e nuovi stili performativi.
Quanto è venuto a delinearsi è quindi una forma bizzarra e meticcia, dinamica e sorprendentemente accessibile anche a orecchie più pigre e poco avvezze ai suoni “altri”.

I motivi che fanno di “Thai Country Groove From Isan” un’uscita speciale (ristampata in un’edizione molto più curata, su doppio Lp e con traduzioni in inglese) sono quindi diversi. Gli irriducibili dell’esotismo trovano per forza di cose souvenir etnologici in quantità: strumenti inconsueti (flauti e khene in bambù, arpe e cetre), linee vocali scandite sillabicamente e che si modellano sui toni della fonetica lao, nonché sketch tragicomici, simil-teatrali, sconosciuti alle varie tradizioni europee.
Ma al tempo stesso, ancora più interessante è il contesto “pop” in cui tutto questo si inserisce, una dimensione di forte impatto che, grazie all’uso di strumenti d’importazione (organi, tastiere, bassi, chitarre) diventa assimilabile senza troppe difficoltà anche al di qua degli Urali.

Così tra numeri satirici (“Pleng Peebah”), lamenti d’amore e sofferenza quotidiana (i tre pezzi della star locale Sabaithong Powpuri, ritratta in copertina) rispuntano strani e inattesi, come per magia, groove funky, bassi dub, rap ante-litteram, danze psichedeliche, persino echi portisheadiani e trip à-la Axelrod (l’intro di “Keaogan”) a riprova di come, in fondo, le espressioni dell’arte popolare finiscano per pescare da un ideale repertorio comune, vasto ma tutt'altro che illimitato.
“Thai Country Groove From Isan” è quindi un’esperienza gustosa tanto per lo sfizio e il diletto, quanto per il suo carattere quasi documentaristico di una scena rivoluzionaria e irripetibile, che sopravvive a fatica in un equilibrio sociale precario e in profonda trasformazione.
Caldamente consigliato.