Cole Furlow proviene dal North Mississippi, è parte integrante del Cats Purring Collective – insieme a gente come
Dent May, Bass Drum Of Death, Flight – e dal 2009 produce musica a nome Dead Gaze, progetto solista tramutatosi di recente in un quintetto.
L'omonimo disco di esordio, licenziato dalla britannica Fat Cat, altro non è che una raccolta del migliore materiale (auto)prodotto in questi quattro anni di musica scritta e registrata “dovunque possa stare da solo”, come ha spiegato lo stesso Furlow, per il quale “la struttura dei brani è importante quanto lo scrivere grandi canzoni”.
Un
modus operandi che si traduce in una produzione che utilizza il paravento del lo-fi per annegare le parti melodiche in un sound iper-compresso, sporco e rumoroso, realizzato mediante una spessa cortina di tessiture e stratificazioni. Ciononostante, si possono comunque intravedere le diverse strade finora percorse dall'autore statunitense nel corso del suo apprendistato domestico: pop dal retrogusto psichedelico à-la
MGMT (“Remember What Brought Us Here”, “Take Me Home Or I Die Alone”), ammiccamenti surf-punk (“You'll Carry On Really Nice”), garage spaziale (“This Big World”), reminiscenze firmate
Robert Smith (“Glory Days For Sure”, forse il migliore brano del lotto) e stralunate, soffuse malinconie (“I Found The Ending”, “Fight Til It's Dead”).
La sensazione tuttavia è che, a fronte di una discreta serie di pezzi ben scritti, sia proprio l'eccessivo lavoro di produzione e manipolazione a limitarne le possibilità (nonché a stancare sulla lunga distanza), sacrificandone le peculiarità sull'altare di un'attitudine do-it-yourself a dir poco ostentata. Imbrigliate nel magma sonoro creato ad arte da Furlow, le dodici canzoni di “Dead Gaze” danno adito alla sensazione di trovarsi di fronte a una formula ancora - in parte volutamente, ma fino a che punto? - inespressa.