Gelbart

Vermin

2013 (Gagarin) | electro

Parco e imprevedibile sperimentatore, l’israelita Adi Gelbart attinge dalla televisione, dai giocattoli elettronici e dai videogame, dalle colonne sonore e la musica elettroacustica per creare una forma di pastiche visionario non catalogabile ma altamente godibile, alla maniera di Dan Deacon (con cui peraltro ha collaborato): “Mass Hypnosis By Proxy” (2008), “Tokomon” (2002), “Four Track Improvisations” (2003), persino un rifacimento per intero di “Please Please Me” dei Beatles (2007).

Un saggio mozzafiato del suo talento sta anche e soprattutto in “Vermin” (2013), a iniziare dalle tracce brevi ma per niente triviali come la parodia dell’acid-rock, scaduta, infantile, ilare e stonata di “These Machines Are Translators”, che scuote un sottofondo di caotica distorsione, e la drum’n’bass istupidita di “Collecting Seeds”, dalla melodia-fischietto, intrappolata in un ordito elettronico analogico alla Raymond Scott, che nella sua stordita armonia funziona per tema e variazioni.

Il misto tra charleston e samba, e tra tour-de-force di tastiere interstellari Terry Riley-iane e nevicate di note di “The Device” è un altro campione, mentre un nuovo carosello di variazioni come “It Speaks” ripiega sul ritmo danzabile (con una parte di martelli pneumatici in mezzo alla festa elettronica), e i suoni da videogame ma suonati con solenne fare Bach-iano di “Meloda” ripiegano sul vaudeville circense, quasi un remix di una colonna sonora di Nino Rota, con un finalino space-jazz. Persino la brevissima “Song For A Dying Earth” cerca la sperimentazione, ibridando incanto meditativo e ballata sci-fi.

I 18 minuti in due parti di “Vermin” permettono poi al compositore di sviluppare questi spunti. La prima parte attacca con tronfio preambolo da kolossal kitsch, quindi pure vibrazioni e oscillazioni sinistre trovano comete e quasar a sfrecciare sulla loro atmosfera sospesa. E’ una girandola di effetti sonici a diverse velocità, con un gusto retrò che s’incarna infine in un quartetto jazz, dapprima noir e poi imitante il jazz-rock cosmico di Miles Davis, e persino in un momento di archi da camera dissonanti, memori delle tecniche di Penderecki, e infine in un concerto di presse industriali. Nella seconda parte s’impone un formicolio di suoni liquidi e robotici e gong immani avviano un rituale maestoso. Un organo onirico duetta con una sorta di theemin, e ne esce un più consueto approccio da colonna sonora di fantascienza.
Se la prima parte è degna di essere un’appendice strumentale al “Meet The Residents” dei Residents, la seconda parte sembra invece una banalizzazione involgarente dell’"Atem" dei Tangerine Dream.

Prova di tecnica mista totale, su mini-album 12”, che trae linfa e forza dall’immaginario fumettistico, una moltitudine di fonti e sorgenti, tra cui pure anche strumenti suonati (clarino del berlinese Benautik in “Meloda”), e persino diverse discipline: “Vermin” è la colonna sonora di un corto d’animazione di tre anni prima, concepito, scritto e realizzato dal compositore con il veterano Felix Kubin.

(24/05/2014)

  • Tracklist
  1. The Device
  2. These Machines Are Translators
  3. Collecting Seeds
  4. Meloda
  5. It Speaks
  6. Valse Implanté
  7. Song For A Dying Earth
  8. Vermin pt. 1
  9. Vermin pt. 2
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