Il nuovo capitolo della saga
Angel (
Ilpo Väisänen e Dirk Dresselhaus
aka Schneider TM i responsabili) vanta la collaborazione, oltre che della ormai solita
Hildur Guðnadóttir (qui presente nei primi tre movimenti con il suo violoncello e la sua voce), del sassofonista e claronista di origine argentina Lucio Capece.
Il risultato complessivo di “Terra Null.” si discosta da quanto avevamo ascoltato sul precedente “26000”, producendosi in escursioni elettroacustiche in cui, naturalmente, la manipolazione è momento fondante della generazione di astrazioni sonore. “Naked Land”, in apertura, si lascia cullare dagli screzi acustici del violoncello e della chitarra, che aleggiano dentro una delicata nebulosa dronica, via via sempre più convinta di essere una massa amorfa di sonorità, echi e riverberi in continua evoluzione e deformazione.
Nella sua inesorabile ascesa, questi primi ventisei minuti finiscono per produrre un’esperienza di stratificazione acustico-elettronica mediamente interessante. Se ne apprezza il gioco di sfumature e l’architettura delle dinamiche, ma probabilmente qualche sforbiciata qua e là avrebbe reso il tutto più incisivo. Squarci di umanità (nello specifico, sommesse intonazioni vocali, quasi degli
Om trascendentali) s’insediano, invece, tra le vibrazioni paranoiche di “Monolake”, un cupo sudario di “statica” vertigine.
Le cose iniziano a farsi più intriganti quando i fiati di Capece ampliano lo spettro delle possibilità. Ecco quindi che, se “Colonialists” si abbandona in un
continuum cosmodronico discendente, “Quake”, passando attraverso silenti perlustrazioni, fa toccare al disco il suo punto di massima potenza timbrica e visionaria, lasciando viaggiare in parallelo strenui barriti di sax e un magma incandescente fatto di frequenze disturbate, droni stridenti e squarci abrasivi.