Schneider TM

Škoda Mluvit

2006 (City Slang) | glitch-pop

Leggi Schneider TM sulla copertina, pensi al divertente pop elettronico di “Zoomer” (2002), compri il cd, lo metti nel lettore per la prima volta e subito credi che ci deve esser stato un equivoco.
“Škoda Mluvit”, infatti, si apre con un kraut-rock idealtipico, puro stile 1972 senza paura, motoristico e spaziale, che di Neu! e soci è distillato e Bignami allo stesso tempo. Allora è inevitabile: pensi che di Schneider TM ne devono esistere due. In un certo senso è vero, anzi: ne esistono addirittura tre, uno per ogni disco che Dirk Dresselhaus da Berlino ha finora pubblicato con questo pseudonimo.

Quella di “Škoda Mluvit”, infatti, è la terza versione di Schneider: anche stavolta spiazza tutti e si reinventa completamente. Se tra le molte differenze fra “Moist” e “Zoomer” si scorgevano anche tratti di continuità, qui tutto ciò che ritroviamo di “Zoomer” è la voce di Dresselhaus, sempre curiosamente simile a quella di un Beck robotico. Il resto, però, è nuovo: la musica di Schneider adesso è un curioso pop mutante che sembra una versione più giocosa dei Notwist di “Neon Golden”, album la cui enorme influenza stiamo cominciando ad apprezzare/valutare con il passare degli anni (e sono già quattro).
Eppure Berlino non è vicina a Monaco, soprattutto musicalmente. La capitale della Germania è anche quella della techno europea, baricentro della produzione elettronica da ballo di questi anni. E il buon Dresselhaus che fa? Se ne frega. E inventa un album con la testa altrove, lontano dalle mode e dalle imposizioni della geografia musicale. Si stacca dal suono berlinese per percorrere, anche lui, la strada verso un suono “reale”, verso una strumentazione “classica” trattata però dal punto di vista del musicista elettronico che offre uno sguardo obliquo sugli istituti dell’arpeggio, del ritornello o anche del rap.

Lo “Škoda Mluvit” del titolo, d’altra parte, non è che un modo di dire che la nonna di Dirk utilizzava spesso. In ceco significa qualcosa come “non vale la pena parlarne, passiamo oltre”. E’ l’atteggiamento del nostro nei confronti di alcuni eventi che hanno segnato la sua vita recente e sui quali preferisce non soffermarsi.
E, senza pretendere di restare, le canzoni escono fuori dal cd come le caramelle da un sacchetto: una raccolta fantasiosa ma coerente. Niente di indispensabile, ma gustoso. Oltre al già citato tuffo nel kraut che fu, fra tutte spicca il singolo “Pac Man/Shopping Cart”, delizioso con le sue voci fuori tempo e fuori tono che tornano sempre nei ranghi per il rotto della cuffia, e con i suoi ritagli incollati a mano di brevi arpeggi e beat straniti. Ma in generale, tutto il disco è popolato da ritornelli immediati, proposti su arrangiamenti di puro bricolage sonoro, una grazia nella povertà (voluta, non imposta) dei mezzi, una studiatissima indolenza.

E tutto è all’insegna della massima libertà di provare a forzare la materia pop, di uscirsene fuori con gli accostamenti più improbabili. Percussioni alla Fela Kuti in salsa techno più acidissimo riff di chitarra effettata in una struttura blues. E’ “Vodou”, e non solo è possibile, ma sembra anche la cosa più naturale del mondo. Archi e vocoder sono invece l’abbinamento del finale di “Caplets”, che pure si presentava come cantilena gradevole ma senza sorprese. E “Klexx” è rap e un’orchestrina zoppa con ritornello accattivante.

Da segnalare anche l’ultima della tracklist , “The World’s A Cup”, che è quasi un pezzo dovuto per un tedesco nell’anno dei mondiali in Germania. E’ una composizione fortemente elettro-pop-teutonica (Mouse On Mars con il dono della parola?), ma la vera conclusione dell’album è una piccola quanto importante ghost track. E’ il più autentico suono di Berlino: i rumori di un cantiere, registrati proprio sotto la casa-studio in cui “Škoda Mluvit” è nato.

(21/11/2006)

  • Tracklist
  1. More Time
  2. Pac Man / Shopping Cart
  3. Peanut
  4. S’kcorratiug
  5. Caplets
  6. Vodou
  7. Škoda Mluvit
  8. The Blacksmith
  9. Klexx
  10. Cataractact
  11. The Slide
  12. A Ride
  13. The World’s A Cup
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