Fenster

The Pink Caves

2014 (Morr) | minimal-pop, "dream-pop"

A due anni da quel “Bones” che presentò l'allora terzetto come piccolissima ma valevole sensazione nell'ambito del vasto panorama indipendente europeo, è palese che con il loro ritorno i Fenster (allargatisi adesso a una formazione di quattro elementi) puntano a ridefinire senza mezze misure il concetto di onirismo applicato alla musica. Il che ben poco ha a che spartire con ovvie quanto retrive annessioni al revival dream-pop che è stato (arrivato già da tempo al capolinea), ma nemmeno guarda a quanto tendenzialmente viene associato al termine. No, per l'occasione JJ Weihl e soci hanno escogitato ben altro, riuscendo peraltro a non tradire minimamente l'approccio così naif e sornionamente indolente della loro prima fatica.
Perché in “The Pink Caves” (titolo già di per sé alquanto surreale, quando non sinestetico) a mettersi in mostra netto e forte è il fatto che i Fenster della realtà nuda e cruda proprio non sanno che farsene; sono loro stessi in primis a voler vivere nel sogno, a tuffarvisi con ogni mezzo a disposizione, in cerca di uno straniamento sensoriale che scompigli i piani percettivi e parli al lato più irrazionale dell'ascoltatore. Una sfida che i Nostri riuscirono a portare a casa già un biennio addietro, e che al “secondo difficile album” sanno nuovamente guadagnarsi, merito di una proposta davvero senza eguali attualmente.

Sfida sì: non è un termine così errato, se si pensa che per portare a termine la propria missione, i quattro non ricorrono a meccanismi arzigogolati o particolari architetture sonore, ma si muovono sempre nell'ambito della forma canzone, distorcendola o modificandola a seconda delle esigenze, ma mai sconfessandola. Perché le loro in fondo sono sempre state canzoni, bastava non aspettarsi l'attacco giusto al momento giusto, il ritornello chiarificatore che risolvesse ogni tensione o stranezza: il loro è il pop del subconscio, nel non detto, come anche nell'abbozzato, trova linfa vitale di cui nutrirsi, il suo raggio d'applicazione prediletto.
Incubi, improvvisi colpi di scena e slittamenti spazio-temporali diventano dunque nelle mani dei Fenster materia plastica, malleabile, da lavorare e rimodellare fino a mantenerne l'essenza, il concetto (con l'impianto minimale degli arrangiamenti supporto preferenziale di questo viaggio); “Better Days” descrive così i tumulti di un'anima in fuga, la sua corsa dettata da un rapido scandire di batteria, prima che la voce irrompa nella scena e spezzi il tono irruento della musica. Violenza e pacatezza si alternano così, senza logiche prestabilite: un momento trovi il gruppo cimentarsi con un bel numero retrò di quelli che potresti rintracciare in un album a scelta di Get Well Soon (“In The Walls”), il momento successivo li vedi abbracciare chitarre e tastierine e centrare un brillante tratteggio di western-pop distorto (“Cat Emperor”), su un tappeto percussivo di rara freschezza e personalità.

Con le due voci della Weihl e di Jonathan Jarzyna sempre avvinte da una pigrizia narcolettica qui ancora più accentuata che nell'esordio, il quartetto dimostra di aver fatto fruttare le sue esplorazioni nella terra dei sogni, riprendendone tematiche e caratteristiche ad ogni piè sospinto. Figurano quindi ripetizioni di moduli e stilemi, l'eterno riproporsi di presenze e ombre su cui sbattere e ribattere fintanto che l'inconscio non passa oltre (l'indie-pop liquefatto di “On Repeat”, per l'appunto), visioni di un passato vissuto soltanto nella fantasia, composto a partire dalle più disparate contingenze (“1982”, ed è come se il modernariato wave di Ariel Pink si riscoprisse d'un tratto minimal), inquietudini appena accennate, capaci di diventare pesantissime con la sola forza di un dettaglio (“The Light”, ed è tutt'altro che rassicurante la luce dipinta in questo tremulo quadro slowcore).
Non ci si priva poi di afasici intermezzi costruiti come piccole romanze pop, nei quali le parole ben poco possono contro la più pura suggestione (“Fireflies”), e neanche della speranza di risvegliarsi con il sorriso dipinto sulle labbra, dopo aver raggiunto l'obiettivo tanto sospirato (“True Love”, gli anni Sessanta trasfigurati dalla lente letargica della Weihl). Sì, è scomparsa in parte la secchezza ipnotica dei Young Marble Giants, ma la via alla sottrazione rimane il faro nella notte, la strada maestra per arrivare dritti al messaggio. E se questa epurazione sa essere così immaginifica, così opulenta malgrado la voluta castità di mezzi, allora capisci che quello dei Fenster è il secondo centro consecutivo. Era da tempo che provare a sognare non restituiva segnali così netti.

(23/03/2014)

  • Tracklist
  1. Better Days
  2. Sunday Owls
  3. In The Walls
  4. Cat Emperor
  5. True Love
  6. The Light
  7. Mirrors
  8. Fireflies
  9. On Repeat
  10. Hit & Run
  11. 1982
  12. Creatures


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