Manic Street Preachers

Futurology

2014 (Columbia) | pop-rock

Fin dal momento della pubblicazione di “Rewind The Film”, avvenuta nel settembre del 2013, sapevamo che, a stretto giro di posta, sarebbe seguito questo “Futurology”. Sapevamo anche che, dei due dischi, quello dell’anno scorso era il più gentile e delicato e che questo, invece, sarebbe stato più spigoloso e influenzato dal kraut-rock, dal tour in Europa del 2011 e dall’arte avanguardistica dell’inizio del XX secolo. “Futurology” è effettivamente giunto nei negozi a poco più di nove mesi di distanza dal suo predecessore e, effettivamente, i due dischi non hanno molto in comune, nonostante la distanza ravvicinata con cui sono stati pubblicati.

Le influenze dichiarate stanno più nella tipologia di sensazioni espresse, nell’estetica del disco, che non nei canoni stilistici in sé. Non c’è nulla, infatti, di direttamente ricollegabile alle fonti di ispirazione dichiarate, però c’è un suono quadrato e freddo e che allo stesso tempo lascia trasparire tensione e inquietudine dietro la teorica compostezza formale. È un terreno nel quale i Manics non si sono mai avventurati e fa piacere vedere una band dalla carriera più che ventennale cercare di confrontarsi con qualcosa di ancora diverso dalle già molte mutazioni stilistiche avute nel corso del tempo.
Per rapportarsi con questa impostazione sonora e con il ventaglio emozionale a essa sotteso, il trio gallese decide di non abbandonare la nitidezza melodica che contraddistingue ormai quasi tutti i propri dischi degli ultimi dieci anni, però non si può nemmeno parlare di un songwriting puramente pop, nel senso che tutte queste melodie non sono fatte per rimanere in testa al primo ascolto, ma conservano un sottile equilibrio tra facilità di ascolto e sfuggevolezza, e grazie a esso l’accostamento con le altre componenti sopra specificate risulta molto azzeccato.

Anche i testi, elemento sempre importante nei lavori dei Manics, hanno alcune cose in comune con tutto l’impianto sopra descritto. Il linguaggio, infatti, è decisamente colto e di alto profilo, i vari scenari descritti sono cupi e densi di negatività e non mostrano con immediatezza tutti i significati che portano con sé. Prendiamo il testo del singolo “Walk Me To The Bridge”: dalle dichiarazioni di Nicky Wire sappiamo che si parla di un ponte che unisce Svezia e Danimarca e che, durante la sua traversata, lo stesso Wire stava meditando se lasciare la band e sappiamo anche che la canzone è imperniata sull’idea del ponte come possibilità di avere un’esperienza al di fuori del proprio contesto. Leggendo o ascoltando semplicemente il testo, tutte ciò sfugge. Lo stesso vale per quasi tutte le canzoni, che danno sempre l’impressione di portare con sé significati nascosti che conosce solo chi ha scritto i testi, a parte alcuni casi nei quali i riferimenti sono invece più facili da cogliere (“Europa Geht Durch Mich”, ad esempio).

Un punto che accomuna questo disco al precedente è la grande varietà nelle strutture sia compositiva che sonora dei singoli brani. Anche qui ci sono diversi ospiti, che coadiuvano la band sia suonando che cantando. La title track è un pop-rock che unisce la citata nitidezza melodica a una struttura musicale nella quale i giri di chitarra e i tempi ritmici cambiano continuamente; “Let’s Go To War” punta molto sulla suggestione del suono, riducendo la parte cantata al minimo indispensabile; la citata “Europa Geht Durch Mich” cerca un effetto marziale sfruttando anche la durezza del suono della lingua tedesca, utilizzata in parte della canzone grazie alla voce dell’attrice Nina Hoss; “Divine Youth” vuole invece porsi a metà strada tra l’epico e il sognante, anche qui con l’aiuto di un’altra voce femminile, quella della cantante e arpista gallese Georgia Ruth; nel finale le tensioni tendono a sciogliersi con due brani morbidi come “Black Square” e “Between The Clock And The Bed”. Infine, va rimarcata la presenza di due brani strumentali, una novità per i Manics: si tratta di “Dreaming A City (Hughesovka)”, una sorta di lungo assolo di chitarra, e della conclusiva “Mayakovsky”, più corale.

La ricerca di qualcosa di nuovo senza snaturarsi, la varietà e la buona riuscita della maggior parte delle canzoni sono punti di forza senz’altro attribuibili a questo disco. Manca, però, qualcosa per poterlo inserire nell’olimpo dei migliori lavori dei Manics. Non è facile spiegare i motivi del mancato entusiasmo, ma all’atto pratico il grado di qualità e di immediatezza di queste canzoni sono quelli necessari per dare piacere a chi ascolta ma non per toccare la sua emotività. Rimane all’ascoltatore stesso la scelta se far prevalere la soddisfazione per gli indubbi aspetti positivi di questo lavoro o il rammarico per arrivare a tanto così dall’emozionarsi senza riuscirci.

(09/08/2014)



  • Tracklist
  1. Futurology
  2. Walk Me To The Bridge
  3. Let's Go To War
  4. The Next Jet To Leave Moscow
  5. Europa Geht Durch Mich
  6. Divine Youth
  7. Sex, Power, Love And Money
  8. Dreaming A City (Hughesovka)
  9. Black Square
  10. Between The Clock And The Bed
  11. Misguided Missile
  12. The View From Stow Hill
  13. Mayakovsky


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