Al termine new age siamo soliti affibbiare, a ragion veduta, un carattere dispregiativo. A quest'ultimo la colpa di aver di fatto oscurato e cestinato tutta la musica passata, spesso ingiustamente, sotto questa definizione, parte della quale devota all'aggiornamento melodico di tradizioni tutt'altro che popular (dalla kosmische musik tedesca alle più variegate forme della world passando per l'ambient - originaria e/o vagliata dal filtro californiano – fino a giungere al piano solo oggi ricaduto sotto il vessillo modern classical). Chiusasi l'epopea del trionfo commerciale di forme sonore in parte addirittura lodevoli se estrapolate da un contesto intriso di finta e ipocrita spiritualità, il tentativo è stato quello di rimuovere dalla memoria quel che musicisti come i vari Kitaro, Gandalf e Ginkgo Garden avevano impresso a macchie lungo quella decade.
Tanto che oggi, ci scommettiamo, più d'uno storcerà il naso nel sentir citare questi nomi come modelli nella recensione di un disco di Mark McGuire, responsabile con gli Emeralds della più importante operazione di revival kosmische dopo quella ad opera dei connazionali Radio Massacre International. “Along The Way” è forse il primo suo disco a sconfinare senza mezzi termini in territori - già sfiorati da vicino nella caterva di pubblicazioni soliste passate - che dalla tradizione cosiddetta new age pescano a man bassa, lasciando da parte ogni pretesa sperimentale per immergersi in un caleidoscopio fatto di colori tenui, praterie, tramonti e relax programmato. Non è dato a sapersi in realtà se l'effetto sia cercato o meno, ma di sicuro siamo lontani anni luce dal paradiso lussureggiante di “Get Lost”, sostituito da un clima di vezzo quasi dionisiaco.
Si prenda l'apertura a paradigma perfetto: arpeggi di sitar e gocce di rugiada cullano in “Awakening” prima che “Wonderland Of Living Things” citi senza mezzi termini il tardo Ray Lynch. Quando impugna la chitarra elettrica, McGuire continua a dar sfoggio del suo inconfondibile stile, ridotto stavolta a disegnare il fiumiciattolo azzurro nell'Eden stereotipato di “In Search Of The Miracolous”, il contraltare ai cori spiritati e ai synth silenziosi di “To The Macrobes (Where Do I Go)?” o la pioggia di coriandoli nella festa di villaggio della conclusiva “Turiya (The Same Way)”. L'acquarello di “Astray” riesce con delicatezza a cogliere nel segno, superato solo dal mantra di “The Rising” e al ritorno agli ultimi Emeralds con annessa patina pop di “The War On Consciusness”.
Qui finisce però anche la “metà buona” del disco, essendo il resto un ammasso di bozzetti precotti buoni per la soundtrack di un The Sims (“The Human Conditions (Song For My Father)”), qualche lounge mix da Café Del Mar (i pessimi ammiccamenti dance-pop di “For The Friendship (Along The Way)”), lo spot pubblicitario del prossimo modello di Renault (“Arrivals Begins The Next Departure”) e un'eventuale parodia ai Mogwai (“The Lonelier Way”). Brani che altro non sono se non la più tipica dimostrazione di quanto la musica atmosferica rischi di essere, oggi ancor più che in passato, un mondo dove la mancanza di ispirazione genuina può portare a cadute di stile anche fragorose. Qui il colpo è attutito da una prima metà di album che scorre via gradevole senza lasciare il segno: non certo abbastanza per salvare lo stesso da un fallimento quasi eufemistico. E fra le righe la mancanza degli Emeralds si fa sentire più che mai forte e chiara.
28/02/2014