Mike Hadreas, di Seattle, e il suo
moniker Perfume Genius balzano all'attenzione di pubblico e soprattutto critica con "
Put Your Back N 2 It", non soltanto un disco pianoforte-voce come facilmente dipinto da più parti, ma un piccolo e personale calvario costellato d'interferenze e ostacoli sovrannaturali, efficacemente metaforizzati nei filtri vocali, nell'uso degli svaniti riverberi, dell'elettronica, il tutto centellinato per aumentare il contrasto con il fluire degli accordi e del canto smarrito.
"Too Bright" non è propriamente una svolta, ma più una revisione che evidenzia questi fantasmi fino a materializzarli, facendo così librare il bosso nascosto nelle timide pieghe del predecessore.
Da una parte, quindi, permangono brani basati sul piano, ora cristallini e quasi cantabili, a partire da "No Good", una nuova "
Bridge Over Troubled Water" con spunti appena più
black e trasfigurata da una cavatina classicheggiante, una "Don't Let Them In" dai fatati, onirici echi di valzer viennese, e soprattutto la
title track, con le ondulazioni canore della "Song To The Siren" di
Tim Buckley, stemperata in una sublime visione di fiati terzomondisti.
Ma l'effetto è proprio il medesimo anche quando Hadreas sostituisce il piano con la chitarra distorta, per una ballata ribattuta in stile
Beatles-
Lennon come "Queen" ma ricoperta di produzione avanguardistica alla
Arcade Fire, e con il piano elettrico nella sospesa "All Along".
Dall'altra vi sono canzoni elettroniche, come il soul-gospel con altissimo intermezzo di rapimento chiesastico di "Fool", uno dei suoi capolavori, oppure il
musical industriale di "Grid" (con strilli in luogo del coro), oppure il synth-pop sincopato alla
Animal Collective di "Longpig", che ne fanno un vero e proprio
alter-ego.
Anche se questa nuova versione di Hadreas non sempre emoziona come quella conosciuta, il compositore spinge il processo fino ai limiti, come nella grottesca e minimale "My Body", accompagnata dapprima da un passo funebre e poi da colpi distorti (un perfetto requiem per i
Xiu Xiu), e ancor di più in "My Mother", filtrata e virata alle regioni gravi, così da sembrare un pianto muto proveniente dal nulla.
Realizzata, nella sua parte più atipica, con
Adrian Utley e
John Parish, è la sua opera, la terza (debutto: "
Learning", 2010), che dà il via alla fase matura. Più coraggioso, tecnicamente saldo, l'uso del canto. Soprattutto racconta - e trasmette - tanto in poco spazio, varia nei registri al punto da sballottare continuamente l'ascolto, come se ogni canzone fosse l'ultima, non solo dell'album o della carriera, ma dell'esistenza. Di contorno ma nemmeno troppo, le liriche e i video di accompagnamento ("Grid" in particolare), oltre alla foto di copertina, lo metamorfizzano definitivamente in nuovo campione androgino degli anni 10.