È la sublime gestualità intrinseca nei sentimenti e nella loro espressione, in particolare, a fare da guida al terzo disco di Puzzle Muteson, il misterioso menestrello dell’isola di Wight, nuovamente supportato da
Nico Muhly e
Valgeir Sigurðsson.
“Theatrics” è, volendo, ancora più intimo e impalpabile, dal punto di vista sonoro, di “
En Garde”, già popolato di richiami orchestrali e di uno spirito meno tormentato: qui la musica di Puzzle Muteson si fa chiaroscurale e quasi più drammatica che malinconica, sulla scorta di fughe pianistiche (“In Circles”) o di arrangiamenti più solenni (“Winters Hold”).
La caratteristica voce del giovane cantautore, tremula e vagamente
Jonsi-ana, ne risulta esaltata, così come il contenuto del disco meno costruito, basato su un minimalismo velato di elettronica che ricorda parecchio l’ultima
Chantal Acda (“We Are We Own”). Quest'ultima compare a sua volta in "By Night".
Ed è un rinnovato dinamismo dei brani (“River Woman”) a dare il senso di tormento interiore che accende soluzioni armoniche e melodiche non proprio nuovissime per Puzzle Muteson (la pur bella “Bells).
Da segnalare una cover di “True Faith” dei
New Order, che si connette con grazia al fragile stato sentimentale del disco: “I used to think that the day would never come/ That my life would depend on the morning sun...”, che culmina nello smarrimento urbano
Bartlett-iano di “City Teeth” e nel crescendo elettronico della conclusiva “Chair”, improvviso apice emotivo di un disco a tratti emozionante ma anche non sempre esaltante sul piano della scrittura.