Ultimamente in giro è tutto un parlare della nuova ondata house che ha lentamente conquistato il panorama britannico (e, almeno per ora, di lì si è mossa a fatica). Una schiera di giovani
producer che si è affacciata al panorama elettronico probabilmente senza la pretesa di piazzare una
hit dietro l'altra, o di raggiungere i vertici delle classifiche con una miscela che non brilla certo per innovazione, almeno rispetto a quello che l'house ha rappresentato in Europa dall'inizio del Nuovo Millennio ad oggi. Ma il successo, seppur in parte a sorpresa, è arrivato copioso. E da qualche anno, oltre la Manica, sembra essersi fossilizzata una tradizione, il cui inciso recita più o meno così: una tendenza elettronica conquista il pubblico e nel giro di pochi mesi qualcuno la riconverte in materia di condimento delle proprie
pop song.
Se gli
xx avevano fatto questo, a grandi linee, col dubstep (ma vi sarebbe più di un dubbio da porre su come la definizione sia presto arrivata a coprire fondamentalmente tutto l'universo Uk Bass), i quattro Woman's Hour lo fanno proprio con questa
nu-house che tanto
nu poi non è. Lo fanno proprio alla maniera dei loro già citati conterranei, ovvero mirando a livello di
songwriting dalle parti dell'indie-pop (e dopo l'
hype cresciuto vertiginosamente attorno a gente come gli
Alpaca Sports, hanno i loro buoni motivi) e interpretando tutto con quel fare ipnotico che a molti fa scomodare decisamente troppo in fretta la definizione di
trip-hop. E poi il resto è pilota automatico su un
indietronica decisamente meno profonda e turbata di quella degli ultimi
Hundred In The Hands.
Ma è davvero tutto qui? Forse, potenzialmente, no, ma per stavolta, decisamente sì. A sollevare il dubbio sono giusto un paio di episodi fortunati, primo fra tutti la gemma
star-gaze “Darkest Place”, dove l'aeroplano dei due prende coraggio e sale di quota sorvolando i territori dei
Blonde Redhead più docili. Poi c'è “Her Ghost”, un po' dei
Metric senza chitarre un po' certo synth-pop liquido dal
low profile (
Giana Factory), che il suo dovere lo fa con ampi margini di sviluppo, uno dei quali è posto giusto in chiusura del disco e si chiama “The Days That Needs Defending”. Qualcosa da dire, insomma, i quattro forse ce l'hanno pure, e su “Unbroken Sequence” mostrano anche di possedere quella classe un po'
paraculo che certe volte ti salva nonostante un copia-incolla piuttosto spudorato.
Peccato che per il resto il disco sia il classico frutto acerbo di un gruppo ancora alla ricerca di una sua precisa identità, che ha deciso senza troppe remore di mettere davanti la teoria alla pratica. Alla ricerca, chissà, del successo o forse di una semplice fettina tutta per sé di quest'anno musicale britannico. Fatto sta che la
title track è l'emblema migliore di una ricetta tutta forma e poca sostanza, ragionata al millimetro ma senza un briciolo di personalità, che risponde alla formula matematica “forma canzone + songwriting indie + clima house-lounge alla larga dal dancefloor” senza tentare minimamente di fornirne una propria interpretazione. Il tempo è dalla loro parte, ma Jamie e soci sono per il momento su tutt'altro pianeta.