Yes

Heaven & Earth

2014 (Frontiers) | pop-rock, soft-prog

Dopo aver avuto modo di assistere a un concerto (uno dei tantissimi del lungo tour che li vede impegnati da due anni) degli Yes formato 2014 le aspettative su questo nuovo e inatteso album erano salite dal nulla a dismisura. E con loro, aveva assunto proporzioni sovrumane anche il (già difficilmente quantificabile) rispetto per una formazione che, oltrepassato il traguardo dei quarantacinque anni di carriera, ha perso in via ormai (probabilmente) definitiva i suoi due maggiori emblemi, ma non la voglia di continuare a suonare con la stessa, immutata passione. Già, perché questo non ci stancheremo mai di sottolinearlo: quando si parla di Yes non si sta parlando semplicemente di un gruppo che ha fatto la storia del rock, bensì di una famiglia (in alcuni casi allargata) in grado di vivere su un (precario) equilibrio umano e artistico che nessun'altra compagine ha mai potuto vantare.

Sarebbe bello continuare a parlare di quella che per chi scrive resterà “la notte del Teatro della Luna” e per chissà quanti altri appassionati sparsi sul globo avrà avuto luogo in qualche altra location, di quel terzetto di attempati sessantenni che suonano per tre ore e passa, eseguendo per intero “Close To The Edge”, “Going For The One” e “The Yes Album” con la grinta e la passione di degli adolescenti. Ci piacerebbe narrare di Geoff Downes che ha ancora il caschetto platino di “Video Killed The Radio Star” e non i riccioloni biondi di Wakeman, ma che alle tastiere, sui pezzi con cui quest'ultimo ha scritto pagine della Bibbia del prog, manca poco che lo surclassi. Di Jon Davison, che a differenza di Benoît David non è volutamente un sosia di Jon Anderson ma ci assomiglia se possibile anche di più. Invece siamo qui a parlare del fatto che i nostri instancabili veterani hanno fatto il secondo scherzetto in tre anni, tornandosene con un disco in studio nuovo di zecca. Sul quale, purtroppo, da dire c'è relativamente poco, e quel poco è qualcosa che dopo aver avuto modo di tastare l'attuale (!) stato di forma del gruppo sul palco, viene difficile dire.

Così, per rompere il ghiaccio, un buon inizio è dichiarare l'assoluto rimpianto per “Fly From Here”. Sì, avete capito bene: sarebbe stato di gran lunga meglio se anche stavolta, una volta constatata l'irresistibile esigenza di aggiungere un tassello a un catalogo già ampio (e il cui ultimo componente interessante, escluso il fuoco di paglia di “The Ladder”, è datato 1983), i nostri si fossero limitati a ripescare qualche b-side dal passato, magari rielaborandola con quel po' di personalità in più rispetto a quanto fatto tre anni fa. O magari, avessero tentato un avventuroso avvicinamento al mondo contemporaneo dei Glass Hammer, ipotesi con cui Davidson avrebbe potuto dimostrare definitivamente di non essere solo un semplice supplente di lusso.

Invece quello che ci si ritrova in mano è un prodotto che suona vecchio già dalle primissime e patinatissime note di “Believe Again”, che va incomprensibilmente a rifugiarsi in un pop-rock in odor di certi Asia e (paradossalmente) delle prove più spente e bolse del Jon Anderson solista. Il tutto nonostante Davison in realtà la sua firma la metta su quasi tutti i brani, dalla paradisiaca “To Ascend” alla blueseggiante “In A World Of Our Own”, passando per “Step Beyond” e il suo inutile (se non irritante) giochino di synth. Il suo nome figura pure sull'inconsistente conclusione di “Subway Walls”, in solitaria (!) sulla soporifera “Light Of The Ages” e persino su quella “The Game” che si colloca dalle parti del Phil Collins più smielato (e sulla quale una responsabilità ce l'ha pure il non pervenuto Gerard Johnson). Il punto più basso lo sigla però Steve Howe con “It Was All We Knew”, condita con quello che è forse il peggior giro di chitarra della storia della band.

Quel che c'era da dire l'abbiamo, con fatica e dispiacere, detto. Ora, il consiglio è di tornare a tener d'occhio il calendario del nuovo tour (per ora sono state annunciate solo le date americane) che, nonostante porti il nome dell'album, ne presenta (per necessità) nella sua scaletta-base solo tre pezzi. Il resto sono “Fragile” e “Close To The Edge” eseguiti interamente da una formazione affiatatissima e in forma stratosferica, capace di far risplendere le proprie gemme con una luce quasi più forte di quella che le ha consacrate, quasi mezzo secolo fa, nella storia del rock.

(16/08/2014)

  • Tracklist
  1. Believe Again
  2. The Game
  3. Step Beyond
  4. To Ascend
  5. In A World Of Our Own
  6. Light Of The Ages
  7. It Was All We Knew
  8. Subway Walls
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