Yes

Fly From Here

2011 (Frontiers) | progressive rock

Sono tornati gli Yes. Dov'è la notizia? - si chiederanno i maligni - si sa che prima o poi gli Yes tornano sempre. Questa volta però lo fanno coi tre brani migliori dagli anni Ottanta a questa parte, "We Can Fly", "Sad Night at the Airfield" e "Madman at the Screens". E con due ospiti d'eccezione: Trevor Horn e Geoff Downes, ovvero il produttore d'oro dei tempi di "90125" (1983) e "Big Generator" (1987) e il tastierista suo compagno d'avventura negli mai dimenticati Buggles.

Dunque la band di ormai ultra-sessantenni ha ritrovato forma e ispirazione? Piano con le deduzioni: i tre brani prodigiosi sono stati scritti da Horn e Downes addirittura ai tempi di Drama (1980), quando per breve tempo i due erano entrati nella formazione a colmare il buco lasciato da Anderson e Wakeman. Lasciati fuori dal disco, e poi esclusi anche dal secondo album a nome Buggles, i tre pezzi hanno atteso trent'anni e passa prima di essere pubblicati ufficialmente.
Tre avanzi di magazzino, ripescati e debitamente infiocchettati da un gruppo di dinosauri a corto di idee. Insomma: le premesse perfette per la più classica delle sòle. Stupisce allora la perfetta riuscita dei tre pezzi - per l'occasione riuniti in una suite, il bilanciamento delle componenti progressive e pop, la magia delle atmosfere evocate.

Ma c'è un'altra potenziale fregatura. Lo storico cantante Jon Anderson, infatti, non c'è: non ce la fa più con la voce, ed è stato rimpiazzato da Benoît David. Chi? Il cantante dei Close to the Edge, cover-band canadese degli Yes.
Fermi tutti, ora: prima di gridare allo scandalo, ascoltate. Una, due, tre volte. Poi rispondete: è vero o no che David riesce a occupare la stessa "nicchia sonora" di Anderson, quell'acuto vellutato che ha sempre resi unici gli Yes? La decisione di ingaggiarlo sarà contestabile, ma permette alla band di non rinunciare al suo elemento distintivo. A tanti sarebbe piaciuto che si mettessero un po' più in gioco, che l'addio di Anderson fosse uno stimolo per tornare a rinnovarsi, ma sarebbe stato un po' chiedere la luna. Prendiamo atto che gli Yes non hanno più l'energia creativa di un tempo, e accontentiamoci: la scelta di David non è stata peregrina.

Che altro c'è da dire? Che il resto del disco non eguaglia, purtroppo, i tre pezzi da novanta di cui sopra. Perfino la suite che li raccoglie, e che dà il titolo all'album, è debitamente rovinata da "Bumpy Ride", una buffonata in tempi dispari che c'entra come i cavoli a merenda con l'atmosfera celestiale dei tre pezzi d'epoca. Altri brani scimmiottano i Pink Floyd più bolsi finendo per assomigliare più a un clone neoprog che agli Yes veri e propri. Poi ci sono il solito strumentale classicheggiante di Howe, non brutto ma un po' noiosetto sì, e una splendida "Hour of Need" con un testo talmente insulso da spegnere ogni entusiasmo.

Morale: gli spunti non mancano, ogni tanto vien da gridare al miracolo, ma di pezzi riusciti dall'inizio alla fine ce n'è proprio pochi (o non ce n'è affatto, a prendere la suite come blocco unico). Il disco si fa ascoltare, ma ascolto dopo ascolto cresce la sensazione che non ci siano grandi motivi per farlo.

(02/11/2011)

  • Tracklist
  1. Fly From Here - Overture
  2. Fly From Here - Pt. I - We Can Fly
  3. Fly From Here - Pt. II - Sad Night At the Airfield
  4. Fly From Here - Pt. III - Madman At The Screens
  5. Fly From Here - Pt. IV - Bumpy Ride
  6. Fly From Here - Pt. V - We Can Fly Reprise
  7. The Man You Always Wanted Me To Be
  8. Life On A Film Set
  9. Hour Of Need
  10. Solitaire
  11. Into The Storm
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