Baroness

Purple

2015 (Abraxan Hymns) | alternative-metal, hard-rock

Per capire la musica dei Baroness bisogna immaginarsi il mondo dopo l’apocalisse sonica e psichica perpetrata dai Neurosis: la devastazione sembra totale, rimane solo fumo e cenere, l’uomo è annichilito e scomparso dalla scena. Ma qualcosa torna a muoversi in mezzo alla desolazione, una nuova energia si diffonde nell’aria (la stessa che ancora obbliga tanta gente a imbracciare una chitarra e a suonarla mostruosamente distorta, anche ora che il gesto ha perso qualsiasi connotato di ribellione, per assumerne uno esclusivamente catartico-esistenziale). Così nel paesaggio bruciato e rinsecchito i colori tornano prepotentemente a rimpiazzare il grigio e il nero e la vita esplode di nuovo. Ma il nuovo mondo non ha memoria di quello vecchio, non conosce la civiltà, è confuso e ingenuo e l’uomo vi torna in qualche modo animale.
Così la musica dei Baroness è carica di un primitivismo ancestrale, evocativa di scenari selvatici e creature misteriose e inquietanti, impossibile da scindere dall’artwork di ogni disco: curato personalmente da John Dyer Baizley, chitarrista, cantante e fulcro creativo del gruppo, rappresenta sempre personaggi femminili nudi immersi in contesti fantastici, dove il confine tra l’uomo e gli animali che lo circondano sfuma fino a scomparire. Uno scenario ingenuo, romantico e decadente allo stesso tempo, in bilico tra i preraffaelliti e l’art nouveau. Il potere immaginifico della musica viene aumentato poi dalla scelta di intitolare ogni uscita discografica semplicemente con il colore dominante della copertina, per creare di volta in volta un unico universo sonoro e visivo insieme.

Per il loro quarto full-length, il colore è il viola e la copertina folgorante, ma la musica? Dopo i primi due dischi che li attestavano come band di punta della scena prog-sludge della Georgia (insieme a Kylesa, primi Mastodon e Black Tusk), il terzo lavoro, l’imponente doppio “Yellow and Green”, aveva dimostrato una decisa sterzata verso lidi più psichedelici e alternativi. Un’opera rischiosa, forse eccessiva nell’estensione ma riuscita nella volontà di esplorare ed evolversi. Così “Purple” suona, in un certo senso, esattamente come ci si poteva aspettare: un ritorno alla potenza e alla carica degli esordi, con la consapevolezza che non si torna indietro e bisogna far fruttare le esperienze acquisite.
Riecco dunque riff pesanti e geometrici come non se ne sentivano dall’esordio, nell’apertura affidata all’entusiasmente “Morningstar” e in “Desperation Burns”, ma anche ritornelli corali come nella forse troppo ingenua “Shock Me” e in “Try To Disappear”, uno dei vertici di un disco che tutto sommato scorre uniforme senza particolari alti e bassi. I lunghi intermezzi strumentali si riducono per complessità e articolazione, risolvendosi sostanzialmente in atmosfera, come in “Fugue”. “Chlorine And Wine” e “If I Have To Wake Up” dimostrano ulteriormente questo punto, facendo però ricordare che architetti siano i Baroness, quanto a composizioni lunghe e mutevoli: la prima, catartica e commovente, costituisce il cuore pulsante dell’album, la seconda invece lo chiude con malinconia.

Un difetto si può ravvisare nei suoni del disco, impastati e a tratti definitivamente confusi, che penalizzano un’esecuzione altrimenti notevole, in particolare vale la pena segnalare le performance del batterista Sebastian Thomson e quelle vocali di Baizley. In effetti, “Purple” ritrae una band in stato di grazia, rilassata ed equilibrata ma ugualmente vulcanica quanto a creatività, in grado di coinvolgere l’ascoltatore in un universo sfaccettato e affascinante.

(21/01/2016)

  • Tracklist
  1. Morningstar             
  2. Shock Me                  
  3. Try to Disappear     
  4. Kerosene  
  5. Fugue    
  6. Chlorine & Wine     
  7. The Iron Bell      
  8. Desperation Burns      
  9. If I Have to Wake Up (Would You Stop the Rain?)
  10. Crossroads of Infinity
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