Hanni El Khatib

Moonlight

2015 (Innovative Leisure) | indie-rock

A chi si diletta con le stravaganze allegoriche potrebbe non dispiacere la copertina del nuovo disco di Hanni El Khatib. Che è cupa quanto basta, ma in quel fioco barlume di luce regala un bozzetto agile e di buon impatto. Seguendo un filo di libere associazioni ci si potrebbe spingere dal serpente al peccato originale, per chiudere il cerchio con la morsa al veleno del rock’n’roll dei primordi, resa di fatto inoffensiva da una stretta vigorosa. Solo un trastullo futile, per carità, eppure non privo di curiose corrispondenze con la parabola espressiva di questo musicista, padre palestinese e madre filippina, nato a San Francisco ma di stanza a Los Angeles, approdato alla musica dopo essersi tolto qualche soddisfazione come pubblicitario e direttore creativo in un’azienda di skateboard.

Dopo la perla grezza dell’esordio “Will The Guns Come Out” (2011), con questo “Moonlight” il cantante prosegue in proprio nell’opera di raffinamento e adulterazione avviata dalla mano di Dan Auerbach nel sophomore “Head In The Dirt” (2013), optando per un groove più ruffiano e applicando una sordina sostanziale alla propria weirdness da battaglia. La folgorazione sulla via di Damasco ha pagato senz’altro in termini commerciali, visto l’alto numero di serie e spot televisivi in cui hanno trovato spazio le sue canzoni, ma lo snaturamento è parso troppo profondo e repentino per non destare qualche sospetto. Ombre che il nuovo lavoro non allontana e anzi affolla all’ascolto sin dalla schematica parafrasi blues piazzata in apertura, prossima più alle contaminazioni dell’indie-rock contemporaneo che non a più canoniche istanze passatiste. Una proposta semplicistica già in termini programmatici, riscattata a stento dalla vena ispida e rutilante del californiano ma in fondo poco sincera o sanguinante per lasciare davvero il segno.

La sua chitarra si impone per protagonismo e prevedibilità anche nei solchi di “Melt Me”, altro numero scaltro quanto abulico che nelle intenzioni avrebbe voluto essere un omaggio a Iggy Pop ma finisce per ricordare, più che altro, il Lenny Kravitz muscolare di metà anni Novanta. Le cose non vanno certo meglio quando la scrittura si concede il massimo sprofondo d’inventiva (“Servant”) o la scontata profusione di riff senz’anima si fa noiosamente abrasiva (“All Black”), ma in genere Hanni vivacchia con il massimo profitto possibile a fronte del minimo sindacale speso in fase creativa, largheggia con l’elettricità (“The Teeth”) e si compiace di un sound che, ancorché fosco, ha le carte in regola per riuscire accattivante. Drum machine e sonorità impastate rappresentano gli ultimi tasselli dello smarcamento dai registri di un garage tutto orientato all’eterno riciclo, per rivendicare con buona strafottenza il proprio posto al sole nell’attualità: operazione non priva di baldanza e spunti pregevoli come la trottante “Home” dimostra (da novello Matthew Melton in fuga da se stesso), e tuttavia incapace di eludere fino in fondo le perplessità.

Proprio al frontman dei Bare Wires riporta il tono languido della successiva “Dance Hall”, intrigante al punto giusto pur riservando il grosso delle proprie attenzioni alla forma. Quando gioca con gli eclettismi e si mostra più squilibrato, El Khatib si lascia decisamente preferire. Accade per esempio con il frivolo meticciato di “Chasin’”, che si fa carico dell’indeclinabile strizzatina d’occhio ai padrini Black Keys; accade in “Worship Song (No. 2)”, con un senso di romantica disperazione e con il faticoso arrancare di un pianoforte dispensato in maniera omeopatica, presto sconfessati da un finale più languido e catartico; e capita anche nella piaciona e non meno irrisolta “Mexico”, dove non ci si preclude l’apertura a un easy-listening sbracato (si veda la chincaglieria latin) che ricorda lo Stephen McBean dell’ultimo Pink Mountaintops e nei suoi scompensi kitsch, nelle sue “pisciate lunghe”, proprio non dispiace. In passaggi come questi si intuisce il talento – vivace e, per il genere, non troppo ortodosso – che il nostro aveva già mostrato all’esordio, pur con confezione povera e in una prospettiva di marcato revival (anche fifties).

In un certo senso è venuta a mancare quella freschezza; oppure, molto semplicemente, il ragazzo ha finito per prendersi troppo sul serio. Hanni vede insomma il traguardo anche a questo giro. Il problema è che a tagliarlo, il più delle volte, è un cavallo scosso, una “bestia” con buoni numeri che ha disarcionato l’autore alle prime curve strette. “Moonlight” potrebbe comunque garantirgli nuovi seguaci o scampoli commerciali, per le ardite commistioni che mette in campo e per il modo in cui si fa beffe di certa splendente mitologia tradizionalista. Il suo di oggi è un rock bastardo e parcellizzato, sviscerato a intermittenze molto ben calibrate che finiscono per sporcare un tessuto occasionalmente (il congedo “Two Brothers”) più prossimo alla dance, al soul o al funky orchestrale. In queste digressioni semantiche quantomeno bizzarre si celano i risvolti più interessanti di un album che fa della propria irregolarità un vessillo, non sempre con esiti felicissimi.
Mezzo punto in più (e sufficienza risicata) per il coraggio dimostrato.

(23/01/2015)

  • Tracklist
  1. Moonlight
  2. Melt Me
  3. The Teeth
  4. Chasin'
  5. Worship Song (No. 2)
  6. Mexico
  7. Servant
  8. All Black
  9. Home
  10. Dance Hall
  11. Two Brothers
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