Slayer

Repentless

2015 (Nuclear Blast) | thrash metal

Gli ultimi anni non devono esser stati affatto semplici per gli Slayer, band-culto per gli appassionati di metal e (al pari di Metallica e Megadeth), inventori nonché pilastri di quel sottogenere conosciuto come thrash metal. La scomparsa nel 2013 di Jeff Hanneman, membro fondatore e autore di buona parte dei fondamentali pezzi degli Slayer, e il volontario allontanamento del batterista Dave Lombardo avrebbero affossato pressoché chiunque. Kerry King e Tom Araya, i due superstiti della formazione originaria, hanno tuttavia pensato bene di rimboccarsi le maniche e proseguire nel cammino tracciato circa vent’anni or sono.

Certo è che il paragone con “Reign In Blood”, album della band datato 1986 e divenuto memorabile, resta inevitabile. E questo perché gli Slayer non hanno mai, nel corso della loro carriera, tentato di deviare dal filone iniziale. Certo, ci sono stati episodi per certi versi meno a fuoco - l’ultimo “World Painted Blood” su tutti - ma l’aderenza della band al thrash non è mai stata messa in discussione, per la gioia dei fan più accaniti. Che ciò sia un bene o un male è da valutarsi in modo soggettivo; che sia difficile ripetersi ai livelli di eccellenza toccati in passato, è invece dato oggettivo.

Non mancano di certo episodi ben riusciti: “Repentless”, traccia omonima e singolo trascinante dell’album (con tanto di video di pregevole fattura), “When The Stillness Comes” che lascia intravedere squarci di ricercata melodia e “Atrocity Vendor”, la cui breve durata riporta alla memoria l’essenzialità dei brani di “Reign in Blood”.
Il materiale restante, però, delude le aspettative. L’album, come gran parte delle uscite recenti della band, registra una durata complessiva che evidenzia un eccesso di editing per le finalità proprie degli Slayer. Il tambureggiare di Paul Bostaph alla batteria, per quanto apprezzabile, fa sentire la differenza, in negativo, con l’utilizzo della doppia cassa da parte del portento Dave Lombardo. Altrettanto infruttuoso risulta l’impegno di Gary Holt degli Exodus, cui spetta l’arduo compito di sostituire il compianto Hanneman: la sua chitarra e quella di King s’intrecciano come da copione, ma le parti recitate da Holt risultano sovente secondarie, forse proprio per evitare il paragone con l’inventiva e le improvvise accelerazioni di Hanneman.

Lodevole senza dubbio l’intenzione di riportare il nome del complesso ai fasti iniziali, di perseverare lungo un tracciato ben delineato e certamente scomodo. Resta il fatto che le assenze si fanno sentire forti e chiare, e che i testi, una volta provocatori, lasciano spazio a versi superficiali e talvolta banali: “A little violence is the ultimate drug, let’s get high!”, da “Vices”, ne è un lapalissiano esempio.
In ultima analisi, un album che farà felici i fan più accaniti ma che, al netto di qualche episodio, lascia l’amaro in bocca ai restanti ascoltatori, memori di una band che, nel proprio genere, ha saputo essere grande se non grandiosa e si ritrova oggi a rincorrere il fantasma di sé stessa.

(30/10/2015)

  • Tracklist
1. Delusion of Saviour
2. Repentless
3. Take Control
4. Vices
5. Cast the First Stone
6. When the Stillness Comes
7. Chasing Death
8. Implode
9. Piano Wire
10. Atrocity Vendor
11. You Against You
12. Pride in Prejudice


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