Brothers In Law

Raise

2016 (We Were Never Being Boring) | alt-pop, shoegaze

Forti degli ottimi riscontri ricevuti dal loro disco di debutto, i pesaresi Brothers In Law hanno deciso che fosse necessario prendersi un po’ di tempo prima di tornare sulle scene. Questo “Raise”, infatti, esce a tre anni di distanza da “Hard Times For Dreamers” e nel frattempo la band ha aggiunto un quarto elemento, con la dichiarata intenzione di cercare un sound più pieno.

L’ascolto di queste nuove otto tracce conferma in pieno le intenzioni del gruppo: le coordinate stilistiche sono sempre le stesse, ma è proprio la pienezza sonora a risaltare immediatamente rispetto all’essenzialità del disco precedente. Non bisogna pensare che ci sia stata una mera aggiunta di un musicista e quindi di strumentazione: è proprio la struttura degli arrangiamenti a essere cambiata, sotto alcuni importanti aspetti. Le chitarre e la tastiera interagiscono tra loro in modo molto più armonico, quando prima capitava che fossero messe lì semplicemente l’una accanto alle altre; la sezione ritmica ha dei giri meno schematici e va alla ricerca di un vero e proprio groove; la varietà sonora tra un brano e l’altro è decisamente più marcata.

Non basterebbe questa perizia nella produzione per decretare la qualità di un disco, perché ovviamente si deve tener conto anche di altri parametri, nello specifico quelli citati nella nostra recensione di “Hard Times For Dreamers”, ovvero la padronanza nell’elaborazione delle proprie influenze e l’ispirazione nel comporre e nel suonare le canzoni. Anche sotto questo punto di vista, la prova è superata brillantemente: questi brani rappresentano sempre un ideale punto di incontro tra stili differenti, seppur contigui, come il dream-pop, lo shoegaze e il sound C86. Non si può non menzionare, parlando di pregi importanti, una sensibilità interpretativa notevole, forse l’aspetto nel quale la band è maggiormente migliorata.

Come si diceva, ogni brano ha il proprio modo di mettere insieme questi generi: così l’iniziale “Oh, Sweet Song” ha un’attitudine epica e un suono arioso ed è la più lunga del disco, proprio perché un’impostazione così ha bisogno di spazio per rendere al meglio. Le successive “All The Weight” e “Life Burns” sono le più briose del lotto, con la prima che mette in evidenza i jangle chitarristici e la seconda che ha un piglio più tradizionalmente pop-rock. “Middle Of Nowhere” e “Through The Mirror” rallentano il ritmo, ma aumentano il tasso di varietà e sono ricche di spunti interessanti, soprattutto la coda strumentale che caratterizza la seconda. Con le ultime tre canzoni, infine, si entra in territori più introspettivi, con il suono che si mantiene robusto in “No More Tears”, diventa delicato in “Compose (Leaves I)” e mostra la propria versione più cupa nella conclusiva “Tear Apart (Leaves II)”.

In definitiva, abbiamo una band che era partita bene con il debutto ma che ora dà già l’idea di aver raggiunto la piena maturità. “Raise” è un disco non solo perfettamente centrato e impeccabile sotto ogni punto di vista, ma ha soprattutto un forte potere di coinvolgere l’ascoltatore, perché sembra uno di quei viaggi nei quali la perfetta organizzazione ha anche il pregio di non far mancare mai il senso di sorpresa ed emozione in chi vi partecipa.

(01/02/2016)



  • Tracklist
  1. Oh, Sweet Song
  2. All the Weight
  3. Life Burns
  4. Middle of Nowhere
  5. Through the Mirror
  6. No More Tears
  7. Compose (Leaves I)
  8. Tear Apart (Leaves II)
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