Un flusso di distorsioni elettroniche in crescendo introduce la nuova autoproduzione del prolifico sperimentatore chicagoano, seguita prontamente da “I”, frequenza monocorde che illustra come il substrato nel quale ci si addentra si dipani ancora tra noise dilatato e minimalismo drone-oriented, con risultati tutt’altro che eccelsi.
In “II”, sibili interstellari e vibrazioni estatiche che si fanno via via più serrati ci proiettano in una sorta di deriva cosmica alla Tangerine Dream, per poi tracimare in una radicalizzazione ulteriore (“III”) che finisce con l’avvitarsi su sé stessa.
“Interference” prosegue con riverberi caustici e incalzanti (“IV”), “V” è invece un loop modulato che, più che creare un ipotetico effetto mesmerico, offre lo spunto per interrogarsi su quale sia il senso di una proposta simile, imparentata con le proprie ultime divulgazioni, di fatto superficiali e inconsistenti.
Per Kevin Drumm un ritorno pleonastico, troppo distante dai livelli qualitativi di “Imperial Distortion” per poter essere inquadrato favorevolmente.
16/02/2016
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