Kevin Drumm

Imperial Distortion

2008 (Hospital Productions) | ambient, drone

Dal “puro, infernale miasma” verso la “distorsione imperiale”. Non un esponenziale crescendo, non una tensione parossistica che di tutto s’impossessa, annerendo superfici e contorni. Questa volta, Kevin Drumm mente, sapendo di mentire.

Prosciugato l’harsh-noise screziato di power-electronics del disco che nel 2002 acuiva gli scenari tormentati di “Comedy” (2000), l’uomo taciturno di South Holland, Illinois, torna alla ribalta con le profondità inquiete di un suono minimale e rarefatto, senza preoccuparsi troppo, invero, di aver messo in piedi un doppio dall’aria tutt’altro che rassicurante, con le sue sterminate distese di droni, i suoi confini ultra-dilatati, le sue zone d’ombra fiere della propria alterità. D’altra parte, non dal nulla tutto questo arriva: un’ombrosa evanescenza di ondulazioni soniche (“Cloudy”) chiudeva l’infernale assalto di “Sheer Hellish Miasma”… Eppure, quelli che vi rintracciarono i crismi del capolavoro, forse non s’avvidero della sua dis-armonia, del suo tentativo, in fondo, ancora “azzardato”: sotto la scorza ruvida, poca "poesia".

Si ritiene, dunque, che sia proprio in queste sei tracce che Drumm raggiunga il suo picco creativo. Certo, forse riducendo il minutaggio, si poteva tranquillamente alzare il livello dell’operazione, ma, evidentemente, fa parte del gioco lasciare che il suono vacilli costantemente in balia di se stesso, ipnotizzato dalla sua densità catalettica.
Tra l’altro, sembra che Kevin sia un tipo testardo… Nella voragine di sensazioni che “Imperial Distortion” riesce a spalancare, troveremo, dunque, un universo di fluttuazioni eterne, un micro-cosmo di eventi sonori che rilasciano la loro eco da distanze abissali. E, poi, d’altra parte, la foto di copertina, più che il retro con i Deicide e quant’altro…: uno squarcio di fondale marino (no?), dove galleggiano residui di vite trapassate. Sonorizzazione-immagine perfetta per il dispiegarsi infinito di un attimo.

“Guillain-Barre” apre, dunque, tra rintocchi sinistri e “sepolti”. Una bruma scolorita, un mantra amorfo, un sudario steso contro una superficie opaca, una paralisi in movimento. Questi paesaggi minacciosi nascondono volti sfigurati dall’attimo, memorie fissate una volta per tutte che si lasciano attraversare da venti subliminali. Drumm istituisce e lascia risuonare un requiem fortemente privato, giocato su interstizi di variazioni impalpabili. Non contano molto i discorsi sulla “musica eterna” o quant’altro. Quello che conta è l’orizzonte verso cui proiettare i propri fantasmi. Se non se ne possiedono, l’ascolto risulterà sempre fuorviante, incapace di “possedere” il senso ultimo di questo prolungarsi estenuato di solinghe, immaginifiche ramificazioni dell’anima.

Tempo e spazio si confondono e “More Blood And Guts” si fa estasi misterica, ipnosi derelitta proiettata verso il punto zero del Silenzio, lì dove il Big Bang è ancora un’ipotesi. La sensazione è quella di una stasi asfissiante, una condizione di coscienza indolenzita che rende davvero difficile la decodificazione di una musica che, più che svilupparsi nel tempo, sembra, piuttosto, rasentarne l’assoluta vacuità, l’inconsistenza fattuale, collocandone, invece, l’essenza nella purezza di un dormiveglia-limite, zona d’ombra tra l’incanto della Vita e il mistero della Morte. Confini, dunque. Sono questi, forse, gli “sleep starts” dell’umanità tutta?

Poi, le due parti di “Snow”, a collegare idealmente le due parti: la prima (con echi del “Requiem” di Ligeti), una foschia inquietante e un coro di morti mandato in loop tra le segrete di un universo sul punto di implodere; la seconda, più pacificata, una distesa di luccicanti fibrillazioni.

Bisogna sapersi perdere. Bisogna imparare a smarrire le proprie idee, lasciando che il pensiero diventi una bolla di cristallo sul punto di scoppiare. Solo allora, un bisbiglio smarrito nel nulla, un rimuginare solitario di frammenti sonici sparsi dentro un immenso scenario desertico e, ancora, una tenera, timidissima melodia che balugina tra le tenebre riusciranno a trasmetterci la loro terribile verità (“Romantic Sores”).

Un'esperienza sfiancante, ma capace di restituire grandi emozioni. Ad ogni modo, un disco importante.

(19/12/2008)

  • Tracklist
Cd 1

1. Guillain-Barre
2. More Blood And Guts
3. Snow

Cd 2

1. Snow
2. Romantic Sores
3. We All Get It In The End

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