Kula Shaker

K 2.0

2016 (Strange F.O.L.K.) | classic-pop-rock

Più di due album di fila, i Kula Shaker non riescono proprio a fare. Tra i due dischi iniziali “K” (1996) e “Peasants, Pigs And Astronauts” (1999) e la doppietta post-reunion che consiste in “Strangefolk” (2007) e “Pilgrims Progress” (2010), sono, appunto, passati otto anni, e ora ne abbiamo dovuti aspettare altri sei per questo quinto album.
La band viene normalmente ricordata come amante sia degli anni Sessanta/Settanta che dell’immaginario indiano, ma in realtà l’India appare in dosi massicce solo nei primi due dischi, mentre ha un ruolo molto marginale in quelli del decennio scorso. Certo, il titolo di questo disco poteva far immaginare la voglia di tornare a quel passato che aveva garantito tanta notorietà alla band (erano stati addirittura ospiti al Festival di Sanremo, tanto per dirne una), ma in realtà, diciamolo subito, solo nel singolo anticipatore “Infinite Sun” e in “Hari Bol (The Sweetest Sweet)” si richiama quanto fatto negli anni Novanta, mentre per il resto si rimane devoti ai due decenni citati senza rivolgere l’attenzione a Oriente.

Il resto del disco mostra anche una minor attenzione alla psichedelia rispetto al passato e propone una serie di brani ora vivaci, ora decisamente più tranquilli e che spesso richiamano alla mente la band che Crispian Mills ha avuto nel periodo di pausa dei Kula Shaker, ovvero i Jeevas. Tra i primi si possono segnalare “Death Of Democracy”, che ricorda un po’ i migliori Coral, “Love B With U” che gode di un bel giro di pianoforte nella prima parte e di azzeccate armonie vocali, “Get Right Get Ready” che mostra un’attitudine molto rock'n'roll e armonie vocali ancor più in primo piano.
Tra i momenti in cui si alza il piede dall’acceleratore è giusto menzionare l’altro singolo “33 Crows”, molto classicheggiante, e “High Noon”, rotonda e vellutata. C’è anche una terza tipologia di canzoni, minoritaria dato che è rappresentata solo da due brani, “Here Come My Demons” e la conclusiva “Mountain Lifter”: entrambi partono piano, poi trovano robustezza e colore nel corso del loro sviluppo.

Questo disco è valido per diversi motivi, che poi sono gli stessi che fanno sì che tutti i dischi dei Kula Shaker risultino quantomeno apprezzabili: la buona varietà stilistica, un senso melodico che non accenna a spegnarsi, la voce riconoscibile ed espressiva di Crispian Mills, un bel lavoro dal punto di vista della produzione artistica, con arrangiamenti non eccessivamente ambiziosi ma mai scontati, nonostante l’evidenza dei riferimenti. Aggiungiamo poi che, nel corso degli anni, la band ha sempre provato a proporre qualcosa che caratterizzasse ogni disco rispetto agli altri e qui si può dire che questo è il loro disco più classic-rock, con tutte le precisazioni di cui sopra.
I detrattori della band continueranno a dire che non hanno mai inventato niente, però la sua ricerca musicale si mantiene viva e “affamata” album dopo album: i Kula Shaker hanno ancora voglia di provare qualcosa di diverso nel modo in cui applicano il proprio stile melodico e vocale e la propria sensibilità interpretativa, e i risultati continuano a essere dalla loro.

Gli amanti della musica dal vivo, infine, potranno essere contenti di questo ritorno, se non altro perché i Kula Shaker sono sempre stati tra le migliori live band della loro generazione e possiamo ragionevolmente aspettarci grandi cose anche dai prossimi concerti, anche grazie al fatto che le canzoni continuano a essere belle.

(12/02/2016)



  • Tracklist
  1. Infinite Sun
  2. Holy Flame
  3. Death of Democracy
  4. Love B with U 
  5. Here come my Demons
  6. Oh Mary
  7. High Noon 
  8. Hari Bol (the sweetest sweet) 
  9. Get Right Get Ready 
  10. Mountain Lifter
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