“Elephant Love”, primo album del duo francese Ropoporose, è stato salutato dalla critica come una delle rivelazioni di questo ancora imberbe 2016, un’affermazione che rischia di essere un vero e proprio boomerang per Romain e Paulin.
Ripubblicato dalla Yotanga nel febbraio di quest’anno, “Elephant Love” ha in verità già dodici mesi di vita sulle spalle come album
self released, purtroppo i Ropoporose non solo non sono la rivelazione del 2016 ma non sono stati nemmeno la rivelazione del 2015, l’unica vera ragione di tante lodi è il loro passaggio in Italia per una
tournée.
Peccato, perché in verità l’esordio del duo francese è interessante, ricco di felici citazioni di
Pixies,
Sonic Youth e
Breeders, che restano deliziosamente imbrigliate nelle più moderne vestigia di gruppi come
Arcade Fire o
Parquet Courts, ma il tono trionfalistico di questi mesi rischia di creare aspettative eccessive e fuorvianti.
“Elephant Love” è un album che fa della fragilità la sua forza, estraendo dall’ingenuità e dalla fanciullezza tutto quel candore necessario per affrontare le promesse del futuro, ed è proprio in “Desire” che il duo francese mette in mostra quella capacità di accarezzare i sogni rovistando negli incubi, con strali orchestrali che mescolano poesia e furore giovanile alla maniera di
Blonde Redhead e Sonic Youth.
I Ropoporose non abusano della retorica per mettere in mostra le loro fonti d’ispirazione, usano alfabeti sonori già noti, dando forma comunque a parole nuove o timbricamente inedite, come la sognante trasgressione di “Whu-Whu”: evocativa
lullaby che sfocia in un finale
noise dai toni gentili.
Cavalcate ora melodiche, ora ritmiche si alternano attraversando psichedelia, punk, funky e pop senza mai azzardare rivoluzioni stilistiche. Il suono dell’harmonium in “My God”, il fervore negroide di “Empty-Hearted” e l’elegiaca malinconia di “40 Slates” sono fuocherelli fatui, pronti a incendiare l'immaginazione, nonostante il loro sapore leggermente
deja-vu.
“Elephant Love” non è un album dal quale far ripartire o dar vita a future elucubrazioni, ma nemmeno il giaciglio dove far riposare definitivamente un’eredità stilistica e creativa che ancora riesce a farci vibrare.