Vanagloria e furbizia si mescolano in porzioni tutto sommato comparabili nell'ultimo prodotto di
casa Tatum, estroso gingillo vintage, un ambizioso progetto di
design per interni. L'obiettivo dichiarato era, in effetti, la creazione di un disco contenente un mondo, auto-esaustivo e personalizzabile, questa specie di "tinello
Lynch-iano", in cui può capitare che sia una
drag queen a servirti i pasticcini per il tè.
Un'immagine trita, come in effetti trita è la scenografia imbastita da Wild Nothing, tra la psichedelia d'anticamera di "Adore" e il tropicalismo insipido di "Reichpop": il tutto suona come una confezione contenente un boccone rimasticato, come il soul psichedelico di "A Woman's Wisdom", o più nello specifico il tentativo di riprodurre l'epica synth-rock dei
War On Drugs in "To Know You". O ancora la ballata
sixties "Adore".
La scrittura di "Life Of Pause" potrebbe essere definita come un Frankenstein zombie, un collage dei vari riferimenti raccolti da Tatum nella sua carriera, senza una scrittura al di sotto che possa dare volontà e personalità ai brani. Emblematica in questo senso la blanda tirata in vecchio stile
new wave/Wild Nothing di "Lady Blue" (intercambiabile con "Japanese Alice").
Il tutto suona così vacuo, anche nei momenti migliori, ad esempio nei tentativi di psych-pop suggestivo, immaginifico già tentati con risultati migliori ("Alien", comunque uno dei
refrain più memorabili del disco), o nel soul da lounge onirica di "Whenever I".
Decisamente un punto interrogativo nella breve ma anche fortunata carriera di Jack Tatum.