John Garcia

The Coyote Who Spoke In Tongues

2017 (Napalm Records) | acoustic-stoner

Si possono riconoscere due tipi di destino per molti rocker di fama, dopo che hanno raggiunto il punto più importante del loro percorso: alcuni trovano il modo di continuare a dar prova di sé, in alcuni casi addirittura a crescere; altri si riciclano. Questa seconda via non è necessariamente sinonimo di scarsa qualità artistica, solo capita che non si riesca più a tirar fuori qualcosa che regga il confronto con il passato o che, meglio ancora, lo faccia dimenticare in favore di qualcosa di nuovo. La storia dei membri dei Kyuss sembra essere l’esempio perfetto: insieme, danno origine a un nuovo genere, lo stoner-rock, incidono almeno due album-capolavoro e all’inizio degli anni Novanta trasmettono nuova linfa a tutto il rock duro, metal compreso, in autonomia dal fenomeno grunge. Dopo lo scioglimento, il chitarrista Josh Homme dimostra di essere stato la mente dietro questo successo, fonda i Queens of the Stone Age e il resto è storia: sono loro la migliore band di guitar-rock degli anni Duemila. E il resto dei Kyuss? Si è riciclato.

Così arriviamo a John Garcia, la voce numero uno della corrente stoner; questo e nient’altro. Il suo contributo compositivo nei Kyuss è stato praticamente pari a zero, e si sa che il frontman viene sempre più segnato degli altri dal tempo che passa; il ringhio di gioventù si fa falsetto imbarazzante e la pancia cresce indecorosa (Axl Rose docet). Non ti resta che riproporre i classici del passato in concerto, finché Josh Homme non prende la via legale per impedirti di usare ancora il nome dei Kyuss. Eppure, come si diceva all’inizio, una vita da riciclato non significa necessariamente l’impossibilità di produrre qualcosa di dignitoso, e John Garcia ci riesce al secondo album da solista. Sì, perché un primo tentativo di guardare oltre c’è già stato nel 2014, ma trattandosi di una riproposizione pedissequa dello stoner degli esordi, può dirsi un tentativo fallito. L’album acustico in un momento di magra nella carriera di un artista è un'idea vecchia come il cucco, qui però il discorso è un po’ diverso, se si conosce il genere: lo stoner dei Kyuss sarebbe impensabile senza il deserto della California, la polvere e quel sole rosso a cui è dedicato il capolavoro della band di Palm Desert. In tale scenario, l’acustico non è un modo per dare nuova veste a una musica già sentita in versione elettrica; al contrario, l’acustico rappresenta un ritorno alle origini, e in questo senso “The Coyote Who Spoke In Tongues” è un album “originale”.

In effetti, non si ricordano molti lavori di acoustic-stoner, ancor meno di una vecchia gloria come Garcia. Detto questo, se l'idea è buona, la sua attuazione è appena sufficiente; sarebbe stato qualcosa in più se si fosse trattato di un Ep. Infatti non vengono raggiunti i quaranta minuti di musica e su nove tracce, quattro sono rivisitazioni di brani dei Kyuss. È un peccato, perché quello che c'è piace. La parte del leone la fanno ovviamente i vecchi classici, degnamente rivisitati: non una semplice riproposizione con gli strumenti acustici, ma un vero e proprio ripensamento, che trasforma "Gardenia" in un sogno sotto il cielo stellato del deserto e "Green Machine" e "El Rodeo" nell'accompagnamento per una cavalcata sotto il sole cocente. "Space Cadet" non aggiunge nulla all'originale, vera ispirazione iniziale per questa svolta. Che siano questi i brani più belli, dimostra come i Kyuss, al di là dell'importanza formale della loro musica, sapessero scrivere canzoni. I nuovi pezzi comunque non sfigurano, anche loro hanno il pregio di suonare bene senza che se ne debba immaginare una versione elettrica. Merito del chitarrista Ehren Groban, che al minimalismo desert di partenza aggiunge una maggiore complessità, ora western-blues, ora vagamente flamenco.

Garcia rimane un grande interprete, tra i migliori e più sottovalutati della sua generazione, e la via acustica sembra essere un'ottima scelta per attraversare la mezza età. Tra l'altro, "The Coyote" arriva dopo un lungo periodo di tour con Groban, in cui la nuova dimensione è stata ampiamente sperimentata. Certo un album così ristretto non può considerarsi un punto d'arrivo; semmai, un nuovo inizio che lascia ben sperare per un artista che comunque, a modo suo, un po' di storia l'ha fatta.

(18/02/2017)

  • Tracklist
  1. Kylie
  2. Green Machine
  3. Give me 250 mL
  4. The Hollingsworth session
  5. Space Cadet
  6. Gardenia
  7. El Rodeo
  8. Argleben II
  9. Court Order
  10. The BLVD LIVE
  11. Give me 250 mL LIVE
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