Napoletani, La Bestia Carenne portano a un notevole livello d'ambizione la propria carriera con "Coriandoli". L'uno-due con cui aprono il nuovo corso è già una goduria. "L'uomo che cammina", generata (e poi dilaniata) da un brodo di suoni in
reverse, è - allo stesso tempo - una cavalcata strimpellata che deborda in un genuino funky e un'omelia da cantastorie medievale. "La quercia" è ancor più illogicamente
free-form, una
chanson aliena e disgiunta che assume i connotati di una taranta distorta.
Ne è un buon seguito la rumba rocambolesca di "Il nome di Saffo", sfregiata dalle distorsioni elettroniche danzanti, ma il complesso tende poi a soffocare la follia elettronica e l'esuberanza creativa, specie in due lunghe ballate tradizionaliste, "Le gambe belle" e "Il cecchino". Il twist ribollente di "La notte di San Giovanni" si divincola presto dalla palude di campionamenti da cui trova origine. "Carpenteria" è poco più di un'interessante invocazione fantasmagorica.
A controbilanciare un po' tutto è comunque "Le mosche", suite
sui generis coraggiosa, nonostante la leggera disorganizzazione. Un rimbalzante funk cubista nella vena dei
Residents, con tanto di fanfare palustri, e una lunga dedica amorosa quasi
nonsense; tutto è inghiottito da un'estesa oasi spaziale di droni e segnali, per capitolare in una ballata acustica di commiato.
Diversissimo seguito di "Catacatassc" (2014) e del primo Ep "Ponte" (2012), improntati a un folk-rock New Orleans-iano,
Capossela-esco e vagamente
Tom Waits-iano, ha due dominatori che lo fanno zigzagare in più territori, dal
progressive-rock alla psichedelia, dall'etnico all'house, una plurima differenza di potenziale che ne genera il fascino irrisolto. Primo è, di certo, il cantante Giuseppe Di Taranto, autore ma soprattutto scalpitante cantautore, che eccede forse in attitudine oracolistica, pur rimanendo aderente al nuovo assunto di originalità della band - un Renato Zero in rapimento d'astrazione - l'altro è Paolo Montella, tastiera (ma contribuiscono anche i congegni del batterista Giuseppe Pisano), che riesuma persino i serpentini deliri di
Allen Ravenstine. Non tutto trova un equilibrio, ma, quando c'è, diventa una primizia d'innovazione e intrattenimento.