Passepied

&DNA

2017 (un BORDE/Warner) | art-pop-rock, progressive-pop

Glorioso, trascinante, coloratissimo pop-rock giapponese. Che prenda la via del successo mainstream, o che costituisca parte integrante della fertilissima scena indipendente, non smette di regalare soddisfazioni e proporre a getto continuo realtà di notevole interesse, atte a rimpolpare un panorama che non conosce invecchiamento alcuno. Ora, i Passepied non sono di certo una band di primo pelo: formatosi nel 2009, con una discografia già consistente alle spalle, il quintetto capitanato da Natsuki Ogoda ha dalla sua un'esperienza e un talento dimostrati a suon di pubblicazioni e tour in giro per il paese. La freschezza e la compiutezza con cui il gruppo si propone alla volta di "&DNA", suo quarto album, è però non soltanto indice delle qualità intrinseche ai suoi cinque membri, ma parla più in generale di un fervore creativo e di una spinta alla ridefinizione che coinvolge un po' tutto quanto il settore nel Sol Levante, resosi ambiente ideale per un contesto in cui il rock, anche nelle sue molteplici sfumature pop, possa ancora ambire a essere creativo e rappresentativo in maniera massiccia. Compatto, denso di melodie trascinanti e forte di un'esperienza strumentale che non lascia niente al caso, l'ultimo lavoro della compagine di Tokyo presenta quindi la band in forma smagliante, affinata sotto il profilo espressivo e con coloriture che conferiscono al loro effervescente prog-pop nuovo slancio e vitalità. Per una band così prolifica, è una cosa tutt'altro che di poco conto.

Se è vero che un primo approccio con la vocalità squillante e un po' "paperotta" di Ogoda può risultare quantomeno spiazzante, quando non proprio fastidioso (anche se va detto che l'ostentazione kawaii di tante interpreti j-pop è fortunatamente alquanto distante), a ripetuti ascolti la stessa si rivela più che funzionale a supportare l'anima del lavoro, definendone con successo i tratti estetici principali. In un tripudio strumentale che cangia senza alcuna difficoltà da armonie jazzy a momenti di maggiore immediatezza pop, la voce della frontwoman incarna con disarmante candore la giocosità e il divertimento insiti nella musica del progetto, che non ha il benché minimo timore di catalizzare tutta la sua sapienza esecutiva per costruire dischi dal marcato passo uptempo e dalla grande facilità melodica.
"Hyper Realist", con i suoi attenti contributi di synth e rivoli di chitarre a sostenerne il portato espressivo, è il singolo della carriera, un concentrato di energia e dinamismo che si traduce in una delle migliori prove del quintetto e in un refrain adatto per ogni stagione, inossidabile anche all'ennesimo ascolto. Se questa è la punta di diamante, il restante lavoro non sta lì a girarsi i pollici. "Mayday" innesta accelerazioni ritmiche ed elementi del folklore giapponese (opportunamente trasfigurati) in un contesto dalla struttura composita, ma nonostante tutto mai meno che appiccicoso: il basso gronda vitalità funky, le chitarre cambiano di passo a comando, la vocalità alterna una maggiore posatezza nelle strofe a una maggiore carica nel ritornello, laddove subentra una struttura dal tono quasi pop-punk (un cambio d'abiti che le Wakusei Abnormal non sono più capaci di concepire da tempo). La formula dei cinque sa insomma rendere semplice e irresistibile il complesso, sfoggiando una notevole abilità nell'investire su una comunicazione il più diretta ed efficace possibile.

Poco cambia se per un attimo si rallenta sulla tabella di marcia, indugiando su un delicato romanticismo dai sentori primaverili ("Distance" e i suoi affascinanti florilegi di tastiera e chitarre, con la voce colta da una maggiore limpidezza interpretativa che ben coglie la maggiore docilità compositiva del brano), o su notturni dalle tinte pastello, che abbracciano l'interesse della band per architetture jazzy ("Yoru No Kodomo", rigoglioso lento dai variegati accenni dream-pop). La caratura della band riesce ad arginare senza alcuno spreco di sudore ogni possibile scoglio, tramutandolo invece in un nuovo punto di forza. Tra un ammiccamento all'estetica ricombinante dei Crying, nel pesante impiego di synth Aor della speranzosa cavalcata di "Last Dance", e la potenza dei cambi di registro nell'avvincente chiusura prog-jazz-pop affidata a "Yoake Mae" (la cui scelta come singolo di lancio ben dimostra come certe sonorità siano tutt'altro che demodé in Giappone), i Passepied si rivelano insomma una band ben conscia delle proprie specificità e di una brillantezza nella scrittura che non fa sconti a nessuno. Un ulteriore scalino è stato insomma superato: da qui in poi si può sperare che le cose vadano, perlomeno dal punto di vista artistico, ancora meglio.

(26/09/2017)

  • Tracklist
  1. Nagasugita Haru
  2. Yamanai Koe
  3. Distance
  4. Hyper Realist
  5. Ah, Mujou
  6. Mayday
  7. My Fiction
  8. Supercar
  9. Yoru No Kodomo
  10. Oishii Kankei
  11. Last Dance
  12. Yoake Mae




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