Sólstafir

Berdreyminn

2017 (Season Of Mist) | metal, post-rock

Giunti al sesto lavoro in studio, i Sólstafir si trovano a un punto di transizione: perché i due dischi precedenti hanno dimostrato che il gruppo ha trovato una sua identità, dopo lo zoppicante esordio viking-black-metal e un periodo di transizione verso qualcosa di nuovo. Il punto d’arrivo non è stata la collocazione definitiva in una nicchia esistente, ma l’espressione di una formula che ha dell’unico, nel panorama del rock duro attuale. Un heavy-metal dilatato, fluente nel passaggio da parti soffuse a esplosioni catartiche, in pieno stile post-rock; tutto interpretato con un primitivismo e un’assenza di tecnicismo tipici del black-metal delle origini. In pochi suonano vagamente simili al quartetto islandese.

Così, dopo l’album della svolta “Svartir Sandar” e l’ambizioso “Ótta”, in cui tastiere e archi trovano spazio nel sound della band, “Berdreyminn” è il tipico lavoro in cui cala la tensione, il gruppo si rilassa e potenzialmente matura; il cambio di formazione, con il batterista Guðmundur Óli Pálmason sostituito da Hallgrímur Jón Hallgrímsson è un segno in questo senso. Il primo singolo “Ísafold” rappresenta in pieno quest’attitudine: l’attacco con una batteria “pestona”, molto rock e poco “post”, e il riff di chitarra, con quelle armonie classiche alla Iron Maiden, sono quanto di più straight il gruppo abbia prodotto di recente. Poi un frenetico giro di basso stile Tool si fa spazio tra le schitarrate, un passaggio che stupisce per l’allontanamento dall’ortodossia che vorrebbe la band fuggire questo tipo di “divertimento” strumentale. Il brano rimane il più particolare del disco, anche per la durata sotto i cinque minuti, laddove tutti gli altri vanno dai sette agli otto.

Il resto dell’album torna a essere molto più Sólstafir di quanto “Ísafold” avrebbe lasciato intendere, a partire dall’opener “Silfur-refur”, con la sua intro ipnotica e l’esplosione di chitarre grezzissime prima del cantato dolente e furioso del leader Aðalbjörn Tryggvason. È però evidente che non si rincorre l’ambizione di un secondo “Ótta”: niente archi e un’articolazione del brano relativamente semplice. “Hula” è la prima vera ballata e regala malinconiche melodie di pianoforte, figlie del recente passato della band, terzo pezzo perfettamente riuscito.
Bisogna arrivare a “Nárós” per sentire la band che si appoggia un po’ troppo alla sua consolidata formula e scrive un pezzo relativamente trascurabile; stesso discorso per “Hvít sæng”, che in più inizia con un pianoforte gotico: ma un gotico manierista, che chi scrive proprio non riesce a mandare giù. Meglio “Dýrafjörður”, lunga, lenta, fluida, con le note di chitarra tirate all’infinito e sognanti melodie di pianoforte e voce che si alternano.
“Ambátt” è di nuovo un brano che gioca a sperimentare rispetto agli standard della band, con il piano elettrico e la voce soffusa che aggiungono un calore nuovo ai glaciali paesaggi islandesi tratteggiati dalle chitarre e dal piano acustico; il pezzo più bello dalla tripletta iniziale.

La chiusura è affidata alla epica “Bláfjall”, con la performance vocale più accorata di tutto il disco: considerando che la voce di Aðalbjörn Tryggvason è da sola una delle ragioni per le quali amare i Sólstafir, questa è la canzone definitiva di “Berdreyminn”. Il disco di più facile ascolto della band, con un sound e una scrittura dei brani assestati su uno standard che concede variazioni e divertimenti senza tradire una solida identità: quella di un gruppo tra i più originali e emotivamente coinvolgenti del rock duro contemporaneo, il più sincero interprete dell’ispirazione epica e vichinga così difficile da gestire per tante altre band.

(21/07/2017)

  • Tracklist
  1. Silfur-Refur
  2. Ísafold
  3. Hula
  4. Nárós
  5. Hvít Sæng
  6. Dýrafjörður
  7. Ambátt
  8. Bláfjall
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