Nove anni sono trascorsi dall’ultimo album dei Bellini: formazione italo-americana messa in piedi nel 2001 dai due
Uzeda Giovanna Cacciola (voce) e Agostino Tillotta (chitarra), insieme a Damon Che (
Don Caballero, Speaking Canaries). Successivamente, con l’ingresso del bassista Matthew Taylor e di Alexis Fleisig (Girls Against Boys, Soulside,
Paramount Style) al posto del dimissionario Damon Che, la band ha trovato l’assetto giusto per portare sui palchi la sua personale visione
math-noise-rock.
Dopo un lungo periodo di silenzio, e mentre gli Uzeda tornano a calcare le scene per celebrare i trent’anni di attività, per i Bellini sembra essere arrivato il momento giusto per consolidare un progetto ritenuto fino ad ora collaterale alla formazione madre siciliana.
Ripristinato il team del precedente “
The Precious Prize Of Gravity” (incluso il produttore
Steve Albini), i quattro musicisti restano fedeli al loro stile, in bilico tra ritmi discordanti e melodie fluttuanti e minimali, lasciando sempre un po’ di spazio a quell’estrosità strumentale che ha reso famosa la formazione anche fuori dai confini italici.
La tipica energia hardcore agita le interessanti evoluzioni di “Clementine Peels”, mentre il ritmo serrato e quasi scorbutico di “Being Married” e l’incandescente apertura di “Greek Fire” sottolineano lo stato di salute della band, rinverdendo il fascino degli esordi.
D’altro canto un leggero autocompiacimento smorza in parte i toni, uniformando eccessivamente le composizioni e le pur interessanti variabili dell’album. Soffrono infatti di una scrittura non del tutto soddisfacente il
riff pop-rock di “Right Before”, il graffio punk di “Plumber’s Foxtrot”, l’ottima
performance chitarristica in “Whales In Space” e il poco riuscito tentativo di alleggerire l’atmosfera di “Il Maestro/If I Could Say”, che tra sprazzi noise alla
Sonic Youth introduce uno squarcio melodico poco convincente e quasi scolastico.
La verità è che il marchio di
Steve Albini è troppo caratterizzante, al punto che il nuovo disco della formazione italo-americana sembra una versione aggiornata degli
Shellac, elemento che fa sì che “Before The Day Has Gone” risulti trascinante o deludente, in virtù della personale devozione a un determinato
sound. Troppo poco per un disco annunciato come uno dei migliori album dell’anno in corso, infine destinato a rinverdire solo la stima nei confronti dei musicisti coinvolti nel progetto.