Sulla copertina di “Where Wildness Grows” imperversa una vegetazione fitta e intricata, con lunghi steli colorati come caramelle gommose Haribo a impedire una visuale più profonda. Sono il portale variopinto attraverso cui infiltrarsi per accedere al bosco incantato dei Gengahr, una dimensione fanciullesca ove risuona un indie-pop più adatto a fate e folletti che a uomini e donne. A guardarlo, Felix Bushe sembra un giovane Patrick Swayze, ma poi apre la bocca e il suo falsetto ricorda Dobby di Harry Potter. Il fine comparto melodico, composto da chitarrine sfavillanti e tastiere tirate a lucido, riesce nell’ardua impresa di risultare più zuccheroso di quello degli Swim Deep – invero uno dei pochissimi nomi davvero vicini al suono di questi quattro londinesi.
Anche grazie a sessioni in studio dure e tirate per le lunghe, i dodici pezzi di questo secondo album presentano da parte dei Gengahr una maggiore consapevolezza dei propri mezzi, che si è tradotta in una palette di soluzioni e umori più vasta, ma soprattutto in una strutturazione delle parti strumentali molto più raffinata e complessa che in “A Dream Outside”.
“Carrion” – singolo davvero azzeccato per anticipare il brio di quest’opera e la crescita dei Gengahr – si evolve continuamente, ma rimanendo così fluida da nascondere il complicato lavoro di puzzle tra le parti strumentali. In “Pull Over” e “Blind Truth” il chitarrista John Victor irrobustisce i suoi riff e li infervora di fuzz come probabilmente tre anni fa non avrebbe nemmeno immaginato – come testimonia anche l’azzeccatissima title track, Felix & C. qualche disco shoegaze l’hanno consumato. La tastiera elastica di “Mallory” indica una parentela con i Temples di “Volcano”, così come le sfilate di flanger sul finale di “Left In Space” svelano una grande fascinazione dei quattro per lo space-rock più in generale.
“Before Sunrise”, l’altro singolo, è impernato su un ricorrente arpeggino di cristallo che inframezza gli interventi vocali e, grazie alla sua forma-canzone più canonica, finisce con l’essere l’unico pezzo del blocco che non si sarebbe faticato a immaginare nel disco precedente.
A dispetto di tanta varietà di ritmi e soluzioni, il disco stupisce anche per una coesione delle atmosfere tanto forte da rendere funzionali anche i momenti melodicamente meno efficaci. Fa piacere notare come, anche a questo secondo giro, i Gengahr non abbiano ceduto un millimetro in termini di peculiarità della proposta – quanto suonano è così personale che difficilmente travalicherà la nicchia neopsichedelica e i confini britannici - e non si siano imbastarditi per vendere qualche copia in più. Perché con un talento melodico così limpido guadagnare qualche posizione in più nella Uk Chart sarebbe un gioco da ragazzi.