Toby Driver

They Are The Shield

2018 (Blood Music) | modern classical, experimental songwriter

A qualunque tipo di progetto si dedichi, Toby Driver elude sempre e in tutta spontaneità gli stereotipi, le soluzioni facili, l’idea stessa di genere musicale – tanto che “sperimentale” è un termine essenziale a chiunque ne parli. Così, dopo le eclettiche produzioni tra le file dei suoi Kayo Dot e Maudlin Of The Well, anche “They Are The Shield” è l’ennesimo disco inafferrabile e inclassificabile, sorprendente almeno quanto la raccolta di ballate edita soltanto un anno fa (“Madonnawhore”), primo affondo in un songwriting assorto a tal punto da sembrare di natura mistica.

È da almeno cinque anni (“Hubardo”, 2013) che il compositore del Connecticut non solca le ormai sbiadite derive avant-metal che ne hanno caratterizzato gli anni formativi e la prima fonte creativa; anche il recupero della vena progressive, condita con scenari dal sapore fantascientifico vintage, si è dimostrato ben poco convincente (“Coffins On Io”, “Plastic House On Base Of Sky”). Per quanto si tratti di un territorio pressoché ignoto, dunque, l’anomalo immaginario cantautorale di Driver potrebbe davvero esserne l’approdo più convincente dell’ultimo decennio.

Nella lunga apertura di “Anamnesis Park” due minuti di sottili armonie d’archi anticipano l’ingresso dei sintetizzatori, elementi puramente atmosferici sui quali tornano a svettare i violini dei coniugi Conrad e Pauline Kim Harris, già da tempo coinvolti nella cerchia di John Zorn per diversi progetti della sua etichetta Tzadik; il loro peculiare stile sembra incarnare una possibile simbiosi tra malinconie gotiche, minimalismo sacro ed echi popolari d’area nord-europea, svolta in un intarsio continuo che si estende lungo la complementare “Glyph”, ancora sostenuta dai melliflui ritmi dispari della batteria di Brian Chase (Yeah Yeah Yeahs, Pale Horse).
Il passo si fa più sostenuto nella seconda parte del disco: “470 Nanometers” reintroduce gli arpeggiati in clean della chitarra elettrica di Driver, che di pari passo coi toni pacati della sua voce ricorda da vicino la fase pop ottantiana dei King Crimson con Adrian Belew. Ma in men che non si dica il mood scivola nuovamente verso i notturni sensuali di Badalamenti, anche grazie a un intenso contributo vocale di Bridget Bellavia (“Scaffold Of Digital Snow”).

Il lamento della piano song conclusiva, “The Knot”, riesce in extremis a spezzare il senso di relativa monotonia che penalizzava in egual misura il predecessore “Madonnawhore”: l’inquietudine e l’instabilità che all’epoca d’oro dei Kayo Dot era data dalla sospensione tonale in sede di scrittura, ora nella più parte dei casi si traduce in un persistente “librarsi” a mezz’aria, inseguendo un vago sentimento cui, parimenti alla formula musicale, risulta difficile dare un nome appropriato. Ma se è pur vero che in questa fase Toby Driver procede chiaramente a tentoni, ciò nulla toglie all’originalità “serendipitosa” di un altro esperimento condotto nel pieno controllo dei propri mezzi espressivi.

(21/09/2018)

  • Tracklist
  1. Anamnesis Park
  2. Glyph
  3. 470 Nanometers
  4. Scaffold Of Digital Snow
  5. Smoke-Scented Mycelium
  6. The Knot
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