Adamlar

Dünya günlükleri

2019 (Garaj Müzik) | alternative rock, anatolian rock

Gli Adamlar sono da ormai cinque anni una delle rock band di punta della Turchia. Il che significa numeri magari inferiori a quelli di popstar e trapper, ma abbastanza importanti da risultare fuori dalla portata, per esempio, di quasi tutte le attuali band chitarristiche anglofone. 
L’album di debutto, “Eski dostum tankla gelmiş” (2014), li vedeva già avvezzi a sonorità vicine al rock alternativo, ma stemperate dall’utilizzo massiccio della chitarra acustica e di parti vocali rappate. Il successivo “Rüyalarda buruşmuşuz” (2016) metteva la museruola al rap, ma era ancora addolcito dalla chitarra acustica e da numerosi lenti. 

Le chitarre elettriche negli Adamlar sono però talmente variegate da rendere a tutti gli effetti inutili le acustiche, che nei primi lavori finivano sistematicamente per soffocare l’eclettismo dei timbri sottostanti (ossia il contrario di ciò che una chitarra acustica dovrebbe fare qualora inserita nell’arrangiamento di un brano prevalentemente elettrico). 
Non sappiamo se la band abbia operato con lo stesso ragionamento, ma in questo nuovo album di chitarre acustiche non c’è traccia (e quando sorge il dubbio sulla loro presenza, come nel singolo “Hikaye”, ci pensa il mixaggio a nasconderle). L’anima del quintetto, legata al rock alternativo, emerge così pienamente, con arrangiamenti al contempo ruvidi e compositi.
La perdita di pubblico, abituato al loro lato più leggero, è stata sventata grazie all’utilizzo di uno dei brani della scaletta, “Zombi”, come colonna sonora di “Çukur”, fra le più popolari serie tv locali. Superando i quindici milioni di visualizzazioni su YouTube in un mese, il brano ha confermato la riuscita dell’operazione e ha trascinato il resto del disco. 

La formazione è composta da Tolga Akdoğa (voce), Berkan Tilavel (batteria), Emir Ongun (basso), Gürhan Öğütücü (chitarre) e Emre Malikler (chitarre). Akdoğa è l’autore principale e in studio imbraccia anche le chitarre, nel caso serva, mentre dal vivo lascia lo spazio necessario a Öğütücü e Malikler, i cui intrecci funzionano del resto a perfezione, soprattutto con gli arrangiamenti di “Dünya günlükleri”.
Posta in apertura, la sopracitata “Zombi” ha un testo impegnato, quasi emblematico dello stile di Akdoğa. L’impegno è sociale, con la descrizione del malessere conseguente alle storture della società turca, anche se non direttamente politico: nella Turchia di Erdoğan, dove i giornalisti vengono arrestati per articoli critici sul governo, è sempre meglio non rischiare. Dai versi si evince la volontà di spingere alla riflessione evitando l’attacco diretto, un po’ come succedeva ai musicisti che operavano nei paesi del patto di Varsavia all’epoca del regime sovietico.
Ehi gente, scena di zombi, col nostro gioco di rincorrersi a zigzag. […] Non è una città, è un sanatorio. Sono nato bambino e sono stato immerso nel fango. Se guardi fuori, strati e strati di lacca, ma gli acari rosicchiano dentro.
Oltre agli arrangiamenti, una differenza significativa rispetto ai dischi precedenti è data dall’aver lasciato da parte l’influenza della musica bandistica dei Balcani, che si rifletteva – benché senza eccessi – sia sulle melodie, sia sui ritmi. La componente folk rimane così appannaggio delle scuole più tipicamente anatoliche (quella turca, ma anche l’araba e la bizantina, le cui eredità risuonano ancora oggi potenti in uno stile tipico locale quale l’arabesk).
La voce di Akdoğa scivola irregolare, talvolta allungando le vocali in volteggi dal sapore tradizionale, altre volte srotolando le parole a gran velocità come in uno scioglilingua (il rap è ormai lontano, ma le sue radici lasciano un evidente strascico nei tratti in cui il canto accelera).
La potente sezione ritmica, dai volumi perfettamente mixati, fa da sfondo ai giochi chitarristici, che passano da abrasioni noise pop a reiterazioni ossessive che riportano ai vecchi fasti del rock anatolico di Erkin Koray, da atmosferici giochi con l’eco su note sostenute, a criptiche combinazioni di palm mute, armonici e lavoro sui pick-up.

Variando le dosi di questi ingredienti si copre l’intera scaletta, ma gli elementi sono talmente tanti, sia a livello tecnico, sia di derivazione culturale (dall’Occidente di rap e rock alla musica dell’Asia Minore – sia antica, sia più recente), che la formula non mostra punti deboli, e di certo non risulta ripetitiva.
Fra i pezzi migliori anche “Derine İndik” (struggente blues anatolico), “Sarılırım Birine” (il momento più vicino all’indie rock classico, pur senza rinunciare alle dovute speziature melodiche, fra strofe ipnotiche e ritornello corale), e la conclusiva “Felek” (drammatica e marziale). 

Il terzo atto degli Adamlar è un disco suonato con grande perizia e fortemente originale, che rinnova l’ormai pluridecennale visione turca della musica rock e mostra nuovi orizzonti in una missione che sembrava avere raggiunto la perfezione formale ormai quindici anni fa, con i Mor ve Ötesi dell’epocale “Dünya yalan söylüyor”. Fondendo culture e sperimentando, pur senza rinunciare al grande pubblico, a riprova del fatto che – in termini di impatto – al momento la musica rock sia davvero in salute solo nei paesi un tempo considerati “provincia dell’impero”.

(12/09/2019)

  • Tracklist
  1. Zombi
  2. Yoruldum
  3. Mavi ekran
  4. Derine indik
  5. Doldum
  6. Adını başkasının koyduğu çocuklar
  7. Benden bana
  8. Hikaye
  9. Sarılırım birine
  10. Felek






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