Ezra Collective

You Can't Steal My Joy

2019 (The Orchard) | jazz, afrobeat, latin, ska, nu-soul

La vitalità della scena jazz inglese contemporanea si può racchiudere in una sola parola: eclettismo. Un’attitudine che la band Ezra Collective ha messo felicemente in mostra nei due mini-album che hanno anticipato “You Can’t Steal My Joy”. L’attesa prova del nove, per il gruppo capitanato dal batterista Femi Koleoso, è un’esuberante miscela di jazz, afrobeat, latin, ska e nu-soul. Un progetto dalle molte anime che risente in parte della tensione che ne ha accompagnato la messa a punto, rischiando di trasformare il risultato finale in un disordinato calderone.

Femi Koleoso (batteria), suo fratello TJ Koleoso (basso), Joe Armon-Jones (tastiere), Dylan Jones (tromba) e James Mollison (sassofono) tengono abilmente a bada inutili virtuosismi, rimandando parte degli assolo e il fluire da jam-session a una più opportuna sede live, prediligendo una coralità festosa e travolgente, funzionale allo spirito delle varie composizioni. L’approccio è più simile alle premesse culturali di certo acid-jazz (Galliano), o dei quattro capitoli del progetto Guru’s Jazzmatazz, con una serie di sorprendenti divagazioni creative, che beneficiano di interessanti collaborazioni vocali e strumentali.

Ed è subito estasi soul/r&b, quando la voce di Joria Smith fa capolino in “Reason In Disguise”, immergendo la musica del gruppo in un’atmosfera alla Amy Winehouse. A Loyle Carner spetta invece il compito di sposare hip-hop e jazz nella raffinata “What Am I To Do?”: perfetto esempio di come il gruppo sia capace di creare suggestioni anche con linguaggi sonori molto familiari. Ed ecco una citazione di Sun Ra in chiave soul nell’introduttiva “Space Is The Place (Reprise)”, vellutate atmosfere reggae-dub alla Ub 40 nella contagiosa “Red Whine”, o deliziose atmosfere latine nella bandistica “São Paulo”: una serie di variabili che sono sempre perfettamente inserite nel contesto di “You Can’t Steal My Joy”.

Per tutta la durata dell’album, i cinque musicisti sembrano navigare a vista in un oceano di suoni, scombinando a volte le carte con spunti d’improvvisazione sonora incastonati in un frenetico incedere ritmico (“Why You Mad?”), senza dimenticare di mettere in evidenza quanto anche la musica elettronica sia in debito nei confronti del jazz (“Quest For Coin”). Il carattere fortemente inclusivo degli Ezra Collective offre spazio a un brioso samba (“Chris And Jane”), a una introspettiva jazz fusion dai tratti afrobeat (“People Saved”), a un delicato assolo di piano (“Philosopher II”), fino a esplodere nella elettrizzante title track, dove il gruppo si lascia trascinare da quello spirito free che agita le acque dell’album.
Non stupisce che il trittico finale dell’album (“King Of The Jungle”, la già citata title track e “Shakara”) sia quasi un corpo unico, ricco di interessanti spunti strumentali più tipicamente jazz, anticipando quello che potrebbe essere l’atmosfera delle esibizioni live.

D’altronde, i sold-out dei recenti concerti, nonché l’invito del famoso musicista, compositore e produttore americano Quincy Jones a suonare alla sua recente festa di compleanno la dicono lunga sulle qualità dei cinque musicisti. La scena jazz inglese continua a mostrare vitalità e indomito spirito creativo e, in questo puzzle non ancora completo, il suono metropolitano degli Ezra Collective è forse quello destinato a convogliare l’attenzione di un pubblico più eterogeneo. Un tassello creativo da non sottovalutare per la sua natura più affabile e non delimitante, e che alla lunga si dimostra vincente.

(12/06/2019)



  • Tracklist
  1. Space Is The Place (Reprise)
  2. Why You Mad?
  3. Red Whine
  4. Quest For Coin
  5. Reason In Disguise
  6. What Am I To Do?
  7. Chris And Jane
  8. People Saved
  9. Philosopher II
  10. São Paulo
  11. King Of The Jungle
  12. You Can’t Steal My Joy
  13. Shakara






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