Gazzelle

Punk

2018 (Maciste Dischi) | pop, songwriter

Flavio Bruno Pardini - per tutti Gazzelle – è tornato a distanza di appena un anno da “Superbattito”, esordio emerso dal sottobosco it-pop capitolino e scivolato agilmente sopra il profondo solco tracciato da “Mainstream”, emblematico pamphlet della corrente indie-malinconico-decadentista. Tuttavia, se Calcutta mescolava Rino Gaetano a Cesare Cremonini, Gazzelle ammiccava soprattutto alle atmosfere sintetiche di Leo Pari e di Tommaso Paradiso 2.0 (da “Fuoricampo” in poi). “NMRPM” e soprattutto “Quella te”, con il video vaporwave e la melodia sanremese, avevano catturato l’attenzione di una parte della popolazione italiana adolescenziale e post-adolescenziale, anche lucrando sull’inflazionato effetto incognito tuttora tanto in voga (Liberato).

Il ritorno di Gazzelle è di quelli che si portano dietro tanti occhi addosso e numerose interviste pre-lancio. In una di queste, Pardini ha dichiarato che il nome del disco deriva fondamentalmente dall’approccio, dall’attitudine e dal fatto che tutto ciò che ci sta dentro non segue alcuna regola. La versione dell’artista, tuttavia, è alquanto lontana dalla realtà delle cose. Di punk in “Punk”, infatti, non c’è davvero niente, nemmeno un episodio che vada fuori dal seminato, niente che Gazzelle non abbia già detto e niente che la scena indie-pop non abbia già partorito: le sigle adolescenziali nei titoli, la malinconia greve e dilatata (in questo senso Gazzelle è blues, preferendo a ciò che ha ciò che non ha e non avrà mai), la nostalgia da anti-eroi, gli amori finiti, le istantanee di vita quotidiana e gli inevitabili e stucchevoli riferimenti al sesso e alla droga. “Punk”, a conti fatti, è il compendio perfetto del genere musicale in cui si inserisce.

Più pensato del predecessore, esprime il meglio di sé all’inizio, dove raccoglie melodie che in fin dei conti si lasciano apprezzare, se si esclude la dozzinale “Sopra” - una “Meltinpot” rivisitata che compendia perfettamente la spicciola poetica pardiniana: una passeggiata tra i viali di Prati, circumnavigando il condominio romano dell’(ex)amata di estrazione alto-borghese. “Smpp” è una nenia autoreferenziale (“mentre fuori su un giornale/ la mia faccia in copertina”), ma sa fare breccia col suo incidere da ballata degli Oasis. Anche se immerse in un’overdose di sinestesie, “Punk” e “Tutta la vita” (la traccia migliore) si appendono al muro come due sincere e autentiche polaroid scattate da chi, pur lamentandosi della propria condizione e della propria città, non accetterebbe mai un posto diverso in cui vivere ("ma abbiamo tutta la vita davanti/ sì davanti a un bar).
Il resto di “Punk” naufraga tra Coez e Luca Carboni (“Scintille”) insistendo ancora su sigle e gerghi giovanili ("OMG"), frasi alla Smemoranda, riferimenti sessuali (ancora e ancora), rime aberranti ("e forse faremo un figlio/ all’Isola del Giglio"; "supereremo le notti/ a forza di sciroppi") e coretti da Arena di Verona colma di ragazzi in tuta (“Non c’è niente”).

Riempirà i palazzetti, l’artificioso pop di Gazzelle, non c'è da dubitarne, compendio com'è di tutte le tendenze e le mode del momento, ma non riempirà i cuori di chi cerca sempre da un'altra parte, oltre le cose che si trovano a portata di mano.

(26/02/2019)



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