Russian Circles

Blood Year

2019 (Sargent House) | post-metal

I chicagoani Russian Circles continuano a essere un caso anomalo e lodevole nel sempre più scarno panorama del rock strumentale: a premiarne gli sforzi hanno concorso una sostanziale coerenza stilistica, il talento dei singoli componenti e un’attività costante sia in studio che dal vivo – quest’ultima la dimensione nella quale il loro potenziale continua a esprimersi in maniera debordante. “Blood Year”, il loro settimo album, non abbandona e anzi consolida lo scurismo del precedente “Guidance”, come a dire che le attuali, sinistre temperie umane e politiche sono ancora lungi dal dissiparsi.

Diventa ormai (e finalmente) improprio il termine soft-loud, dato che le dinamiche non seguono più la collaudata alternanza bensì, spesso e volentieri, spingono a tutta forza sul lato più brutale del linguaggio post-metal, giocando soprattutto sul basso continuo e sulle gravose distorsioni sludge, oltre ai consueti intarsi via loop station del chitarrista Mike Sullivan e alle implacabili cavalcate del virtuoso Dave Turncrantz alla batteria.
“Arluck” è già salita al primo posto nel conteggio degli streaming ufficiali, e incontrandone quasi subito l’impeto hardcore è facile comprendere il perché; ma l’ancor più opprimente “Milano” è davvero degna dei migliori episodi di “Enter” e “Station”, forgiata in tonalità minori che vanno saturandosi in una morsa di grande carica drammatica, con un acme nucleare che sfiora l’acidume ipercinetico del black metal norvegese.

Una tesissima cadenza da western crepuscolare guida “Kohokia” a colpi di tom e in un florilegio di fills sempre differenti, assieme a un altro memorabile giro in tapping di Sullivan. Tra due elementi così distintivi è facile dimenticarsi del fondamentale equilibrio apportato dal basso di Brian Cook, centro di gravità sul quale si regge da sempre la granitica impalcatura sonora del trio.
Un momento di respiro tutt’altro che pacificato, quello della breve “Ghost On High”, il cui riff senza distorsione scivola direttamente nel crescendo di “Sinaia”, che da una nube di riverbero alla Mono ritorna d’un tratto alla crudezza senza compromessi delle prime tracce.

Fischi taglienti di feedback accolgono infine gli stoppati rombanti di “Quartered”, estrema riconferma di un lavoro nel quale le “aperture”, gli spiragli di luce risultano pressoché assenti. “Blood Year” riesce nell’impresa di risultare ancor più serrato di “Guidance”, restituendoci dei Russian Circles all’apice della loro spietatezza e determinazione. A quindici anni dagli esordi, dunque, nientemeno che un trionfo.

(06/08/2019)

  • Tracklist
  1. Hunter Moon
  2. Arluck
  3. Milano
  4. Kohokia
  5. Ghost On High
  6. Sinaia
  7. Quartered
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