Russian Circles

Enter

2006 (Flameshovel) | post-sludge, post-rock

Si dice spesso che la morte del post-rock sia un dato di fatto, pensando a Slint, Tortoise e Disco Inferno e fingendo di non vedere la miriade di band, spuntate come funghi in ogni angolo del pianeta, che si rifanno (spesso con risultati discutibili, va riconosciuto) all'ormai consolidata triade Godspeed You Black Emperor!-Mogwai-Explosions In The Sky. Il fatto che questo filone "emotivo" non mostri alcuna continuità col primo post-rock la dice lunga sulla consistenza dell'etichetta. Come dovrebbe far riflettere il fatto che il "post-metal" di cui tanto si parla in realtà sia suonato da gente che col metal non ha e non vuole avere nulla a che fare. Questi Russian Circles sono di Chicago e non è ai Tortoise che guardano, bensì ad altri eminenti concittadini, i Pelican, alla HydraHead e alla Neurot, i templi della scena post-sludge . E poi, appunto, ai texani Explosions In The Sky e alla loro scuola in generale. I legami tra le due tendenze erano già evidenti di per sé, ma con questo disco e con l'ottimo "At the Soundless Dwan" dei Red Sparowes la compenetrazione tra i rispettivi linguaggi diventa un fatto concreto e tangibile.

Fin dalle prime note di "Carpe" sono chiare le regole del gioco: arpeggi cristallini di chitarra che diventano un tappeto su cui innestare melodie discendenti, epici crescendo, vortici strumentali che si fanno concitati, tempestosi, paludosi, soffocanti fino a diradarsi lasciando spazio a temi assieme limpidi e malinconici, solari e commoventi. E' musica strumentale, ma racconta di montagne, valli, fiumi, acquazzoni estivi e vento primaverile, distese d'acqua e di neve, raggi di luce che filtrano dalle nubi, arcobaleni e improvvise schiarite. Paesaggi e mutamenti atmosferici. Niente di nuovo sotto il sole, si direbbe, e in parte è vero, ma la gamma sonora dei Russian Circles copre due generi e sfrutta con abilità le potenzialità offerte da entrambi. Non solo, tra muri distorti a metà fra Neurosis e Mogwai, colate laviche figlie di Pelican e Mastodon, incastri à-la Keelhaul, dilatazioni, ritmi incalzanti e cambiamenti atmosferici, è l'aggettivo "progressive" a fare capolino. Non che i Russian Circles sembrino prenderlo come riferimento, ma in queste strutture, in questa continua alternanza tra calma e tempesta, nel ruolo giocato dalla "bella melodia" e dall'innegabile perizia tecnica, si riflette una concezione della musica non molto distante da quella degli Yes di "Close To The Edge" e "Relayer".

"Enter" è un disco non di idee e novità ma di emozioni, e sebbene le prime non manchino, difficilmente potrebbero bastare a chi non avvertisse sintonia con le seconde. "Micah" riprende da dove la precedente si è conclusa, e le sensazioni evocate sono simili, così come lo è lo schema compositivo. La noia si farebbe già insostenibile per chi non amasse lo stile, ma per chi scrive ogni intensificarsi e attenuarsi della tensione è densissimo di immagini e suggestioni. "Death Rides A Horse", uno degli episodi migliori, parte già nel vivo e mostra tutta la potenza, la carica espressiva e il virtuosismo di cui è capace il gruppo nel suo complesso, spaziando tra i Pelican più pesanti, i Botch, i Don Caballero e i mai assenti Explosions In The Sky, lasciando affiorare nelle ritmiche le proprie radici hardcore.

"Enter" riprende il dinamismo e la suggestività dei primi due pezzi, con la batteria sempre in primo piano a indicare la direzione e a incalzare basso e chitarre. Il pezzo da novanta è però "You Already Did": partenza pacata, soliti crescendo e esplosioni magmatiche sludge , e al quinto minuto la schiarita, con un arpeggio da lacrime agli occhi, come solo coi migliori Sigur Rós, che si protrae fino all'inizio della conclusiva "New Macabre", dagli intrecci vagamente più indie e solari, almeno prima di una bella schitarrata neurosisiana che arriva a restuire energia al pezzo e a condurre il disco al termine.

Una prova significativa per questa band all'esordio, e una considerevole promessa per il futuro, nella speranza che nei prossimi album riesca a limare qualche accenno di prolissità e a proseguire nel cammino intrapreso, senza sbandate tecnico-virtuosistiche e mantenendo il bilanciamento tra i due stili che si propone di unire, arrivando magari a un'autentica fusione piuttosto che alla giustapposizione a cui si assiste in "Enter". Un disco immancabile per gli amanti del post-rock "emotivo", che potrebbe invece lasciare perplessi i patiti di Isis, Pelican e Cult Of Luna e del tutto indifferenti coloro che non si sentono vicini a questa estetica e queste sonorità. Insomma, non il classico disco per tutti, che può donare grandi emozioni ad alcuni come rivelarsi un valido sonnifero per tutti gli altri.

(24/07/2006)

  • Tracklist
  1. Carpe
  2. Micah
  3. Death Rides a Horse
  4. Enter
  5. You Already Did
  6. New Macabre
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