Bill Fay

Countless Branches

2020 (Dead Oceans) | songwriter, folk

Stolto colui che solo per un attimo ha immaginato che Bill Fay avesse accettato le regole del moderno business; stupido e inesperto chiunque abbia abbracciato l'ipotesi di una rivoluzione copernicana dopo un ritorno da un oblio durato quarant'anni, e sancito con due album di incommensurabile e desueta bellezza.
Bill Fay è rientrato nelle nostre collezioni di dischi, nelle nostre case, ma in verità siamo noi ad aver attraversato le mura di un posto unico e sacro, un luogo spirituale e intenso dove parole come Natura, Dio, Pace, Dubbio e Speranza, conservano una loro intensità e autenticità.

È quasi biblico il contenuto lirico di "Countless Branches", terzo album del ritorno in scena di Fay, non nel senso strettamente religioso del termine quanto in quello più antico di raccolta di libri, di racconti, che sono altresì rappresentati dagli innumerevoli rami (countless branches, appunto) dell'albero dipinto sulla copertina del disco.
Maestro di cerimonie è ancora una volta Joshua Henry, fedele amico e produttore dai tempi del meraviglioso comeback album "Life Is People", abile nel sottolineare lo spirito di questo ennesimo gioiellino d'intimismo cantautorale con un tono più minimale e introspettivo.
Il resto è tutto nelle mani di Fay, uno dei pochi musicisti che non ha mai concepito il ruolo di cantautore come un lavoro, e per questo motivo è sempre profondamente ispirato ed essenziale nelle proprie esternazioni discografiche.

Provate a cercare un sol attimo di noia o di routine in "Countless Branches" e resterete sopraffatti dall'incanto di queste dieci canzoni. Il tono spartano degli arrangiamenti è non solo più completo e ricco di un'orchestra, ma perfino più graffiante di una band metal al limite del noise.
Alla fine Fay ha aperto le porte di casa, ma chi si avventura nei profondi intrecci lirici di queste nuove composizioni deve abbandonare velleità ideologiche e critiche, le lezioni di vita che l'autore dispensa in "Countless Branches" sono piccole perle di saggezza quotidiana, recuperate da un mondo antico dove l'uomo ancora rifletteva sull'essenza della vita. "Quando pensi di poter mangiare un altro po', è arrivato il tempo di fermarti", "Tutti lo sanno, è evidente, questo mondo non è sicuro nelle mani dell'uomo", "Il mistero dell'universo non è così complesso come il viso della mia amata", "E volterò le spalle alle forze dell'inferno, e sentirò i miei talloni toccare qualcosa di reale", frasi che in tempi di battaglie ecologiche affidate alle parole di giovani icone mediatiche sembrano rivendicare uno spirito ecologico rurale e umile, che non è frutto di elaborazioni socio-politiche-economico-industriali quanto un'esigenza innata di diritto alla sopravvivenza, che appartiene a tutti gli esseri viventi, uomo incluso.

La voce è come un respiro, un sussurro, il suono del piano tiene retta la via, mentre piccole incursioni strumentali confermano l'estetica chamber-pop, come quando il violino colora di malinconia "How Long, How Long" o addolcisce l'incursione di chitarra e batteria in "Your Little Face".
È sintomatica la scelta del musicista e del produttore di aver accantonato alcuni arrangiamenti più elaborati, prediligendo le versioni demo per piano e voce: la forza delle parole bramava toni confidenziali, contemplativi. In "Countless Branches" c'è spazio per meditare sulla morte ("Time's Going Somewhere") o per il calore di un sorriso ("Filled with Wonder Once Again"), sono dieci brani che scivolano come un insieme di storie raccontate davanti a un camino ("Love Will Remain"), tra emozioni sul filo di lana che si tramutano in riflessioni e proclami con la stessa genuinità di un fiore che sboccia, di un'alba che sorge, di una farfalla che attende la fine del suo breve ciclo vitale.

Difficile dire quale di queste canzoni resterà nell'animo dell'ascoltatore, ognuno troverà la sua preferita: i semplici di cuore ameranno il romanticismo intenso di "One Life", gli amanti della poesia saranno preda dell'incanto al cospetto della commovente title track e della struggente "I Will Remain Here", i cinici cederanno di fronte alla schiettezza e alla fragilità di "In Human Hands", i frequentatori occasionali del cantautorato si fermeranno ad apprezzare la coinvolgente bellezza della già citata "Your Little Face", mentre i più esigenti non potranno non apprezzare le cadenze neoclassicheggianti di "Salt Of The Earth".

Commette un grave errore chi immagina "Countless Branches" come un disco triste e mesto, Bill Fay non è stato mai cosi empio di gioia e speranza: "Avevo quasi dimenticato tutto, quando ho sentito bambini ridere, sotto la pioggia, e sono ancora pieno di meraviglia", "Quando la conoscenza è passata, l'amore rimarrà... quando le profezie saranno passate, l'amore rimarrà...".
Questo sentimento di conforto e fiducia che anima "Countless Branches" è stato forse il motivo che aveva convinto, in un primo momento, Bill e Joshua a utilizzare una band e degli arrangiamenti più corposi, poi abbandonati in favore delle registrazioni originali.
Per fortuna l'edizione deluxe contiene parte di queste session, prima con tre inediti, l'incisiva ma semplice "Tiny", la conciliante "The Rooster" e la più rifinita "Don't Let My Marigolds Die", e poi con tre band version ("Filled With Wonder Once Again", "How Long, How Long", "Love Will Remain"), che pur non eguagliando l'intensità delle versioni nude, hanno una loro intrinseca forza e una vivida lucidità poetica, che difficilmente qualcuno riuscirà a eguagliare in questo anno appena inaugurato e già ricco di emozioni.

Dopo il successo critico di "Life Is People" e "Who Is The Sender?" sarà difficile, forse, ripetere l'exploit emotivo che ha contrassegnato il ritorno di Fay, anch'io confesso di aver avuto qualche perplessità, nonostante avessi indicato il suo album del 2012 al quarto posto della mia classifica del decennio. Ma di una cosa sono certo: "Countless Branches" non solo rinnova la bellezza e la profondità dell'opera di Fay, ma ne consacra il profilo di autentico outsider del panorama cantautorale, concedendogli l'appellativo di romanziere, o ancor meglio di scrittore. Questo è un disco che oltre a un ascolto merita soprattutto una lettura, e non solo dei testi.

(19/01/2020)



  • Tracklist
  1. In Human Hands
  2. How Long, How Long
  3. Your Little Face
  4. Salt Of The Earth
  5. I Will Remain Here
  6. Filled With Wonder Once Again
  7. Time's Going Somewhere
  8. Love Will Remain
  9. Countless Branches
  10. One Life
  11. Tiny (bonus track)
  12. Don't Let My Marigolds Die - Live In Studio (bonus track)
  13. The Rooster (bonus track)
  14. Your Little Face - acoustic version (bonus track)
  15. Filled With Wonder Once Again - band version (bonus track)
  16. How Long, How Long - band version (bonus track)
  17. Love Will Remain - band version (bonus track)




Bill Fay su OndaRock
Recensioni

BILL FAY

Who Is The Sender?

(2015 - Dead Oceans)
Quando la bellezza e l'ispirazione tolgono il respiro e si elevano ad arte

BILL FAY

Life Is People

(2012 - Dead Oceans)
Dopo quarant'anni il songwriter inglese riapre il suo diario di poesia malinconica e crepuscolare

Bill Fay on web


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.