Desire Marea

Desire

2020 (Izimakade) | avant-pop, post-club

Che si parli della sua eccitante avventura col compagno di scorribande Fela Gucci, o che ci si incentri sull'attuale percorso solista, l'arte di Buyani Duma, meglio conosciuto come Desire Marea, è una delle più convincenti e fedeli rappresentazioni del caos e della complessità che anima la contemporaneità, avvinta dalle più strazianti contraddizioni e dalla ricerca di un'intimità che pare sempre più pura utopia. Se forse questo era meno evidente nelle sperimentazioni gqom degli Ep con i FAKA, in “Desire”, primo album autografo per l'artista sudafricano, la ricchezza del linguaggio e la vastità dei temi affrontati riflettono la natura stratificata, il carattere ricercato di un'espressività in costante esplorazione, spirituale e riflessiva, ma allo stesso tempo concreta, tesa a raccontare il divino da una prospettiva terrena, profondamente umana. Aperture dal tono liturgico, droni estatici, catarsi rumoriste, articolati slanci ritmici definiscono un disco di raffinata personalità, tanto inebriato dalle più ardite destrutturazioni quanto animato da fervidi spiragli pop, con cui delineare nuovi struggenti paesaggi dell'anima. Nell'aprire il nuovo decennio, l'autore ne ha intercettato l'ambivalente poesia.

Fisico, ma mai viscerale, “Desire” è album teso piuttosto a una conciliazione senza compromessi con un'interiorità travolgente, conscia dei propri desideri e dell'impatto della propria riflessività, che non ha timore di mostrarsi vulnerabile e di affrontare discorsi ben più astratti, se le condizioni lo consentono. E di occasioni l'artista ne trova a iosa, alternando con un imprendibile savoir-faire momenti di assoluta concitazione ritmica a frangenti di inquietudine ambientale, con un rigore espressivo che richiama alla memoria le fughe queer di SOPHIE. È in questo modo che l'universo intimo di Duma sa approntare giustapposizioni violente, ma ampiamente giustificate come la combinazione “Tavern Kween”-“Thokozani”. Mentre la prima trasfigura elementi vogue in un prisma jazz-house memore dei primi Hercules & Love Affair, sottolineato da un bilinguismo perfetto e da fughe sonore inattese, perfettamente allineate alla dolente carica soul del cantato, e la seconda si fa pura indagine nel mistero, ambient elettrica e nervosa dalla progressione inesorabile, puntellata da brillanti striature technoidi e coronature barocche.

A volte il contrasto si opera all'interno dello stesso brano: pullula di riferimenti al divino “Zibuyile Izimakade”, ma il tono liturgico che investe l'introduzione “Self Center” qui si riverbera essenzialmente nei molteplici riferimenti testuali, spostando il focus su pattern incalzanti e ardite ricostruzioni club, che partono da gabber, synth-wave e quant'altro per costruire un nuovo modello di invocazione, tanto sfuggente quanto concreto allo stesso tempo. Se “You Think I'm Horny” ricerca il candore e la purezza anche nei frangenti più occasionali (il pathos sfoggiato dal falsetto di Desire Marea lo accosta ai momenti più vibranti di Moses Sumney), “Ntokozo” sonda con convinzione l'anima più jazz dell'artista, che scava nel profondo della sua vena poetica intercettando la profondità avantgarde di David Sylvian e la ricchezza del patrimonio culturale del suo Sudafrica, sempre in tralice nelle composizioni dell'album.
Contraltare torbido e rabbioso dei tanti momenti più placidi della collezione (per quanto ne condivida l'attitudine all'adattamento e all'elasticità timbrica), “Studies In Black Trauma” è la più spiazzante conclusione immaginabile, il momento in cui la potente personalità di Marea si avvale di contributi vocali esterni (il rap estatico di Gyre), attaccando con le fattezze di una furiosa partitura death-metal, prima che zigrinature sintetiche cedano il passo a un'ambience spettrale, turbata, in cui il canto riscopre una dolorosa insicurezza.

In chiave solista (per quanto supportata dai contributi di diverse figure parte del ricchissimo fermento culturale sudafricano) l'arte di Desire Marea sa essere bruciante ed essenziale come mai prima d'ora. In questa fluida dimostrazione di carattere, c'è tutta la vitale audacia della contemporaneità.

(11/02/2020)

  • Tracklist
  1. Self Center
  2. Zibuyile Izimakade
  3. You Think I'm Horny
  4. Tavern Kween
  5. Thokozani
  6. The Void
  7. Uncle Kenny
  8. Ntokozo
  9. Studies In Black Trauma (ft. Gyre)


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