Jeff Parker

Suite For Max Brown

2020 (International Anthem) | jazz

L'ha detto alla perfezione un recente speciale di Pitchfork: “International Anthem sta riscrivendo le regole del jazz”. Sin dalla sua fondazione – e ad oggi sono passati meno di sei anni – l'etichetta di Scott McNiece e David Allen è andata qualificandosi come una delle realtà più vitali del decennio, grazie a singole uscite di valore assoluto e a una visione d’insieme da capogiro, che rende noi appassionati certi che ogni nuova pubblicazione costituirà un tassello significativo di un disegno più ampio.

Angel Bat Dawid e Jaimie Branch; Damon Locks e Makaya McCraven; Dos Santos e Irreversible Entanglements: difficile fare a meno di nomi come questi per raccontare adeguatamente l'oggi. Eppure, oltre a questi apici, si ha la netta sensazione di trovarsi di fronte a un progetto collaborativo il cui risultato è perfino maggiore della somma di parti già di per sé notevolissime, quasi un omaggio all’idea stessa di “collettivo”.
Non è un caso, credo, che il titolo più rappresentativo dell'intero catalogo sia “Universal Beings” di McCraven, mastodontico doppio vinile in cui ciascun lato è una session infuocata registrata in una città e con ospiti differenti: a New York, Brandee Younger all'arpa; a Chicago, Shabaka Hutchings al sax tenore; a Londra, Ashley Henry al Fender Rhodes; a Los Angeles, Jeff Parker alla chitarra. Ed è proprio Parker a firmare la prima release del nuovo anno della label, questa volta in partnership con Nonesuch.

A distanza di parecchio tempo da “The New Breed”, il polistrumentista chicagoano di stanza a Los Angeles e - fra mille altre cose - chitarrista nei Tortoise dal 1996 è tornato con un ciclo di brani di sorprendente varietà; e laddove il capitolo precedente prendeva la forma di un tributo al padre scomparso durante le registrazioni, i trentanove minuti di “Suite For Max Brown” sono una dedica alla madre Maxine, ritratta diciannovenne nella splendida foto di copertina: qualcosa da regalarle mentre “è ancora qui per vederla”, ha detto il Nostro. Curioso, aggiungo, che in questo febbraio il Disco del Mese di OndaRock sia il dolente “Loom” di Katie Gately, un’altra dedica a una madre.
Se l’ottimo predecessore era basato su sample su cui poi s’innestavano improvvisazioni di gruppo, l’ambito di riferimento di “Suite For Max Brown” è sempre quello di un jazz iper-contaminato in cui i confini di genere sembrano perdere di significato nel flusso sonoro complessivo; a colpire già a un primo ascolto, però, è la maniera radicalmente differente in cui le idee vengono presentate all’ascoltatore, letteralmente travolto da una sequenza di brani apparentemente incoerenti fra loro e a volte perfino al proprio interno. È solo dopo alcuni giri sullo stereo che l’effetto destabilizzante svanisce, i pezzi cominciano a filare anche come sequenza e “Suite For Max Brown” può svelarsi in tutta la propria ruvida bellezza.

Prendete ad esempio “Build A Nest”, posta in apertura: centotrenta secondi costruiti su un beat arioso e inevitabilmente West Coast, su qualche nota di pianoforte e sul canto della figlia diciassettenne di Parker. Dopo un minuto circa, a sorpresa, arriva a straziarla un breve solo di chitarra noise, prima che la sei-corde torni a borbottare in sottofondo: d’invenzioni simili, che scoppiettano come petardi e non si trattengono mai più del necessario, è pieno l’album, come mostra anche la successiva “C’mon Now”, campionamento di Otis Redding su cui cala il sipario prima che chiunque possa capire cosa stia succedendo.

Un attimo dopo è “Fusion Swirl” a rimangiarsi tutto con un’ipnosi di basso a velocità supersonica che proietta il pezzo in una dimensione oltremondana; poi, proprio a metà, si ferma come a voler riprendere fiato, prima di mutarsi in un delicato arpeggiare di chitarra in cui non è difficile immaginare Parker chino sullo strumento nel buio dello studio, impegnato a tessere una melodia dal fascino arcano e notturno.
A sciogliere l’oscurità ci pensa “After The Rain”, rilettura di disarmante dolcezza dal repertorio di John Coltrane, suono di un’aurora dalle dita di rosa che per qualche motivo fa correre il pensiero a certe aperture estatiche di Ry Cooder; in “Gnarciss” e “Del Rio” - brevissime anche loro, nemmeno quattro minuti in tutto - fa capolino pure uno spiccato gusto pop, poggiato sul consueto groove che sa quand’è il momento di tagliar corto: a finire sul disco di Parker è solo quel che serve, e il montaggio è parte fondante della composizione.

Il lato B è poi uno scrigno di longform in cui brillano almeno un paio di pepite. La prima è il portentoso canto brasileiro di “Go Away”, edificato sulle solide fondamenta della batteria di Makaya McCraven e di un basso intento a riciclare la linea di “Fusion Swirl” - nota: dopo questo pezzo, è quasi d’obbligo recuperare la formidabile compilation “Brazil USA 70” della Soul Jazz. In chiusura troviamo invece la title track, improvvisazione per quintetto che si estende per oltre dieci minuti, ticchettante pattern di batteria su cui sassofono e tromba dialogano quieti, sostituiti - dopo l’inganno di un falso finale - da un liquoroso miele di basso e chitarra che in un istante riporta tutto a casa.

Frastagliato nella forma e brusco nei modi, interessato a seguire l’ispirazione ovunque porti piuttosto che a irregimentarla in una struttura più ordinata e di facile ascolto ma per forza di cose limitante, “Suite For Max Brown” brulica d’inventiva e conferma Jeff Parker come una delle forze creative più elettriche del jazz contemporaneo.

(10/02/2020)

  • Tracklist
  1. Build A Nest (feat. Ruby Parker)
  2. C'mon Now
  3. Fusion Swirl
  4. After The Rain
  5. Metamorphoses
  6. Gnarciss
  7. Lydian, etc.
  8. Del Rio
  9. 3 For L
  10. Go Away
  11. Max Brown
Jeff Parker on web


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.