Un rigoroso ed elaborato fraseggio
prog-rock in chiave
canterburiana per il primo album dei Zopp, formazione nata da un’idea del musicista Ryan Stevenson, messa a punto con l’aiuto di musicisti dal noto lignaggio, come Andrea Moneta dei Leviathan, e due membri della band
The Tangent , ovvero Andy Tillison e Theo Travis.
Non è una novità il ritorno in auge della scena musicale progressive, sdoganata dopo anni di ostracismo da parte della critica rock, che ne condannava l’opulenza e la magniloquenza sonora. In fin dei conti la natura retrò della musica prog non è concettualmente molto dissimile dalle attitudini creative di gran parte dello scenario produttivo contemporaneo, costituito da tante micro-nicchie stilistiche dalle connotazioni retrò, che sopravvivono e prosperano grazie a quell’unico elemento contemporaneo che ne differenzia, nel bene e nel male, la genesi, ovvero la quasi scomparsa della grande industria discografica e di conseguenza una maggior libertà per i musicisti.
Per Ryan Stevenson quest’album rappresenta il culmine di una storia d’amore con il
Canterbury sound iniziata quasi vent’anni fa, dopo che l’allora quindicenne ragazzo inglese si imbatté in un disco degli Egg che il padre aveva caricato sul computer, un avvenimento che stimolò la curiosità del musicista, fino alla scoperta del disco destinato a cambiare per sempre la vita del giovane Ryan, ovvero “The Rotter’s Club” degli
Hatfield And The North.
La formazione musicale del leader del progetto Zopp non si ferma a questa semplice infatuazione, Ryan Stevenson nel suo percorso di compositore di colonne sonore per film e documentari viene a contatto con la nobile arte del minimalismo di
Steve Reich e con la
grandeur della musica di Igor Stravinsky, implementando il già ricco patrimonio melodico.
Organi (preferibilmente Korg), synth, pedali
fuzz e
wah wah sono alla base del suono delle nove tracce, tutte perfettamente in equilibrio tra jazz e rock progressivo, la cui natura retrò non inficia la resa complessiva del progetto, grazie all’abile mano di Andy Tillison, che ha smussato gli angoli ed eliminato alcune inutili sovrastrutture strumentali, lasciando che la buona vena melodica e compositiva dell’autore primeggiasse.
A questo vanno aggiunte quelle estemporanee collaborazioni di Theo Travis (flauto), Caroline Joy Clarke (voce) e Mike Benson (sax tenore), che inseriscono preziosi dettagli nel tessuto strumentale e armonico del disco.
Disco amabile e per molti versi accattivante, "Zopp" si fa apprezzare soprattutto per il tono lieve e mai pretenzioso. Ryan Stevenson e Andrea Moneta (alla fine il vero nucleo della band) spesso catturano l’essenza della musica degli Hatfield And The North o dei National Health (“Before The Light”, “Before The Light”), flirtano con suggestioni ambient e neoclassiche nella tenebrosa “Sellanrå”, diventano audaci nella più elaborata “V”, archiviando un buon numero di spunti per gli appassionati del genere.
A volte i musicisti provano a iniettare trame energiche che tradiscono una natura hard-rock (“Eternal Return”), si lasciano trascinare da superflue divagazioni prog (“Sanger ”), mettendo in mostra però alcuni limiti creativi, individuabili soprattutto nella timbrica a volte elementare e grezza delle tastiere, che contamina anche alcune buone intuizioni (“Swedish Love”).
Fermo restando il fascino nostalgico della musica dei Zopp, non si può negare che, al di là di alcune lievi crepe (le manieristiche evoluzioni di alcuni brani come “Being And Time”, “Zero”), questo esordio è una boccata d’aria fresca per gli amanti del genere, che saranno pronti a perdonare alcune ingenuità e cadute di tono, ma non si può tacere che questo album rischia di diventare un
unicum creativo, non offrendo molti sviluppi per il futuro, ma per questa volta ci asserviamo alla logica del
carpe diem.