Ormai bisogna “solo” rassegnarsi. Sono tredici anni che William Bevan non tira fuori un Lp. La formula a lui più cara, tra l’altro, è ancora una volta a due tracce: “Chemz/ Dolphinz”. Il talento per antonomasia della Hyperdub, insomma, proprio non vuole saperne e continua a centellinare le sue produzioni. E lo fa dividendosi tra momenti altissimi e altri di grande incertezza.
“Chemz” è infatti un movimento ricco di torsioni in scia garage, inserti neo-soul, sample confezionati con inedito brio, a differenza delle uscite più recenti, votate perlopiù a una drammaticità di fondo e al solito nichilismo in salsa dubstep, marchio di fabbrica collaudato del musicista londinese fin dagli esordi.
Basterebbe sottolineare poi il cambio totale di ritmo intorno al sesto minuto, e quello ancora più frenetico verso il dodicesimo. Burial è scatenato. Si direbbe in versione “hardcore”. Inoltre pesca, tra un’accelerazione e l’altra, qualsiasi cosa. Troviamo spezzoni di brani di Michael Jackson, Ne-Yo, Mary Elizabeth McGlynn, Freeez, Lori Ruso, Linda Ross, Eden Transmission. Tre capitoletti, dunque, a formare un unico grande primo atto che potrebbe rappresentare (si spera tanto) il futuro.
L’altra metà del piatto, occupata da “Dolphinz”, espone invece il climax tenebroso e ultra-malinconico che ben conosciamo. L’oscurità appagante che lo caratterizza. Nei primissimi istanti spuntano finanche suoni analogici alla stregua dei dimenticati Add N to (X) (per intenderci), messi in scena prima che un synth immacolato anticipi i soliti passi isolati misti per l’occasione a un’indecifrabile variazione di luci e ombre, sirene distorte, respiri affannati e rumori indefiniti. Senza girarci più di tanto: esattamente l’opposto di ciò che accade in precedenza.
Tirando le somme, Bevan continua a stupire nel (super)benissimo e nel “malino”. Non ce ne voglia, ma sarebbe anche giunto il momento del grande ritorno. I flash improvvisi cominciano a stancare e ad abbagliare spesso anche in maniera vagamente confusa.
08/12/2021
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