Dean Blunt

Black Metal 2

2021 (Rough Trade) | experimental, art-rock, hypnagogic pop

Here we are back on the guitar

Per comprendere “Black Metal 2”, bisogna andare a ritroso. Risalire a dieci anni fa, quando l’inglese Dean Blunt assieme a Inga Copeland militava negli Hype Williams. Riascoltare le loro trovate sperimentali a bassa-definizione, vaporwave e hypnagogic-pop dove, in un vortice di post-modernismo e cultura underground che ricorda le avventure dei Brian Jonestown Massacre di Andy Newcombe, il duo usciva completamente dai canoni della produzione discografica e si re-ibridava di volta in volta. Conclusa l’esperienza Hype Williams, incontriamo numerosi Dean Blunt, quasi come se l’artista fosse impossibile da mettere a fuoco. Già, perché esiste il Blunt avantgarde che duetta con A$ap Rocky - collaborazione rinnovata proprio quest’anno con il singolo “STOOZY” - ed esiste Babyfather, il suo alter ego dub/hip-hop.
Alla ricerca di se stesso, tra cult come "The Narcissist” I e II, “Zushi” e quel gioiello di “Roaches 2012-2019”, sempre al riparo dal mainstream, Dean Blunt negli anni costruisce una discografia che impressiona per la sua raffinatezza sonora, che si sposa perfettamente al suo timbro cupo e ai vocals recitati, come un Tricky meno seducente e più abile con il mash-up di generi.

Dal primo “Black Metal” sono passati anni. Era il 2014 e già l’opera lasciava presagire che l’artista stava prendendo una precisa direzione, meno astratta e più intimista. Di irriverente restano il titolo, che sta probabilmente a significare un mood (di metal non vi è nulla), e la copertina, un palese riferimento sarcastico a “2001” di Dr.Dre. Blunt riprende quel medesimo stato d’animo e lo ribadisce con maggior sicurezza: “BM2” è infatti un album di una coerenza totale, dal primo all’ultimo brano. Dean Blunt cita l’African Pessimism prendendosi il gioco di Kendrick Lamar, insiste su suoni da rock-ballad mescolati a una sorta di shoegaze, fa quasi il verso a Lou Reed nelle lyrics e costruisce talvolta un ibrido tra dream-pop e hip-hop su frammenti di senso, parole ripetute con disillusione e malinconia. Un poeta metropolitano si direbbe, “a stranger in a dark room”.

Nel brano “Nil By Mouth” il contrappunto tra Blunt e i vocals di Joanne Robertson (c’è la sua collaborazione in più brani) ci trasporta in uno scenario post-apocalittico: i versi sono frammentati, “Martin” è scomparso, resta solo il deserto, illuminato da una stella splendente. In “DASH SNOW”, Blunt ripete che andrà tutto bene con tono tutt’altro che convinto, mentre in “LA RAZA” canta “it’s time you got to kill, do you’ve got the steel?” su un riff ossessivo che pian piano si apre a una cupa melodia - è proprio questa scelta radicale dell’acustica che segna un netto contrasto con i lavori precedenti. La voce, invece, è quella solita di Blunt, distante e lunare - a partire dalla track “VIGIL” - quasi a ribadire un certo distacco emozionale, ponendosi come narratore esterno di una realtà che non vuole e non può essere svelata.
Solo a tratti compare il Blunt/Babyfather che verte su un dub trascinato (“SEMTEX”, “MUGU”), mentre c’è solo “WOOSAH” come instrumental (novità assoluta per Blunt) che rappresenta il leit-motiv dell’intero album, con una chitarra acustica mixata ad arrangiamenti ipnagogici. Siamo lontani dall’elettronica e dalla vaporwave degli esordi e “the rot” ne è la conferma; traccia conclusiva di un viaggio al termine della notte, elegia di un sognatore malinconico:

And I guess it'll rot away
And I found you here on another day
You were waiting for an old dream
Found you on another day

Raffinato, solenne, a tratti ermetico e decadente, Dean Blunt si conferma una delle personalità più interessanti della scena sperimentale contemporanea inglese. “Black Metal 2” accompagna l’ascoltatore in una spirale di riferimenti meta-musicali e lo seduce con il suo languido spleen, in un posto dove “è buio, non c’è mai luce”.

(28/11/2021)

  • Tracklist
  1. VIGIL
  2. MUGU
  3. DASH SNOW
  4. SKETAMINE
  5. SEMTEX
  6. LA RAZA
  7. NIL BY MOUTH
  8. ZaZa
  9. WOOSAH
  10. the rot
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