Cesare Basile

Saracena

2024 (Viceversa Records)
songwriter, folk

Dodicesimo album per Cesare Basile. Con alle spalle una carriera trentennale, l'artista siciliano si conferma tra i cantautori più intensi e illuminati della sua generazione. Ogni sua opera esige approfondimento perché Basile è un autore che va annusato, osservato, ascoltato e meditato. La sua non è una musica che ascolti in auto o in cuffia al parco mentre fai jogging. Devi entrarci dentro, essere disposto a immergerti con dedizione per percepirne la profondità storica, diacronica e ancestrale.
"Saracena", composto in due settimane, è un album cupo e introspettivo, esistenziale nel suo affondo di passato ma per nulla anacronistico nell’analisi dell’oggi, dell’Io e dell’Altro. Sviluppandosi in 29 minuti come un unico flusso, avvolge dall’inizio alla fine, lasciando respirare nei due intermezzi strumentali ("Kafr Qasim" e "Bacilicò") che strizzano l’occhio al Mediterraneo, alle sonorità tuareg e alla cultura saracena nella più ampia accezione.

Prendendo le mosse dall’ulivo raffigurato nell’artwork, si può intendere il disco come un impianto che affonda le radici nel passato e proietta i suoi rami verso l’altro e verso l’alto. Dicevamo di un flusso unico che si apre con "C'è na casa rutta a Notu" che lo stesso artista definisce come “modo di narrare la Nakba attraverso un’altra esperienza di separazione, che è quella subita dagli arabi di Sicilia dopo la conquista normanna… simile al racconto dell’esodo palestinese fatto da Mahmoud Darwish”. "Saracena" è quindi un titolo che racchiude l’epica del disastro e fa da ponte tra luoghi storici e geografici.
"Presenti assenti" e "U iornu du Signuri" sono i due momenti più intensi dell’album.Quest’ultimo caratterizzato da un’atmosfera epica e sacrale, che a chi scrive ha richiamato la potenza di "Voyage Of Bran" di Brendan Perry.
In "Caliti Ciatu", brano di chiaro impianto tradizionale, trova innesto raffinato il sublime cantato di Francesca Pizzo Scuto e ne viene fuori una fusione linguistica ammaliante.
A chiudere, "Cappeddu a mari" dove si palesa l’anima siciliana in tutti i suoi aspetti: il testo, il cantato, la postura struggente.

In definitiva, ancora una volta Cesare Basile si conferma ispirato, riuscendo, come nei lavori precedenti, a prendere spunto da un esistenzialismo della microstoria, dei subalterni (gramscianamente intesi), del negativo (De Martino docet).
Altro merito è quello di saper sempre lanciare messaggi e occasioni di riflessione sul presente al fine di storicizzarlo senza mai inneggiare a slogan, ma avvalendosi di tradizione e sperimentazione. Un mix che in musica fa da parallelo al vociare e alle risate con cui si chiude l’album, che in maniera dicotomica possono significare derisione e speranza per chi crede che il mondo è tanto grande e tanto vario e al di là della propria cultura di appartenenza ogni luogo può e dovrebbe potersi chiamare casa.

05/05/2024

Tracklist

  1. C'è Na Casa Rutta A Notu
  2. Kafr Qasim
  3. Ciuri I Cutugnu
  4. Prisenti Assenti
  5. Bacilicò
  6. Caliti Ciatu
  7. U Iornu Du Signuri
  8. Cappeddu A Mari

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