"Studio" è l'ultima opera di Robert Henke, al secolo Monolake, pubblicata su Imbalance Computer Music. Più melodico ma altrettanto cerebrale rispetto ai lavori precedenti, il disco si dipana attraverso dieci episodi costruiti con la precisione che solo un veterano può garantire: trame granulose di stirpe Autechre, guizzi armonici che rimescolano la poetica dei Kraftwerk ("Red Alphonso"), ritmiche distanti dal canonico 4/4 e stratificate al punto da sembrare una reinvenzione cibernetica della poliritmia.
Resta tuttavia incerto se le idee dietro la meticolosità del sound design siano potenti quanto quelle di "Hongkong" e "Interstate": quella grandiosità liquida e futuribile sembra qui sostituita da una maturità inattaccabile che, una volta concluso l'ascolto, non lascia lo stesso retrogusto di compiutezza. "Cute Little Aliens", con i suoi implacabili astrattismi, suona come un esperimento pseudo-trance dalle tinte fosche. "Global Transport", con i suoi campionamenti del servizio ferroviario nazionale ("è diretto a Bologna Centrale..."), è tra gli episodi più orecchiabili del lotto, divertente ma la cui anima offre tracciati già familiari.
Il confine tra maestria e maniera è sottile, e qui si avverte. Il compendio è inattaccabile nella forma, con un senso del ritmo raffinato e una perizia tecnica che genera brani privi di imperfezioni, capaci di risoluzioni inaspettate. Ma proprio questa perfezione dichiarata finisce per pesare: come se Henke stesse documentando il proprio processo creativo più che aprire nuovi varchi. Chi conosce la discografia sa che Monolake ha già toccato vette più visionarie; chi lo scopre qui troverà comunque un artigianato raro.