Riposti i quadretti bucolici di "The Garden",
Basia Bulat ritrova tra le mura domestiche il proprio "palazzo" nel mondo, volendo per un attimo storpiare un arcinoto modo di dire. "Basia's Palace" nasce infatti come retrospettiva intima dei propri sogni infranti, tra ricordi da accarezzare ancora una volta e oggetti sparsi nella stanza o nascosti dentro l'armadio. Che sia poi una vecchia Nintendo o un disegno di
Hayao Miyazaki poco cambia.
Per compiere questo strano viaggio all'indietro, la cantautrice canadese usa l'approccio di
Leonard Cohen, che amava solitamente comporre all'alba, poco prima che i figli si svegliassero, insomma mentre la famiglia dorme e i pensieri faticano ad addormentarsi. È più o meno questa l'inclinazione compositiva della Bulat, per nove canzoni che sanno essere epiche grazie ad archi e parole che puntano a tratteggiare spesse volte dei focus sul proprio rapporto amoroso ("Right Now").
I want to be the one mistaken
I want to be the one who's living proof
Of how it feels to be loved twice
We were perfect as beginners
But time and truth have blown their breezes through
The world in me I tried to hide
E ancora attacchi pop da hit radiofonica come "My Angel" o improvvise incursioni nel folclore più favolistico, come ben accade in "Disco Polo", canzone che prende il nome da un genere di musica dance polacca amatissimo dal padre defunto della musicista di Toronto.
"Basia's Palace" esterna a chiare note la pienezza raggiunta da una delle cantautrici più complete degli ultimi anni ed è per certi versi anche l'album più estroverso della sua carriera. Il merito di tutto questo va anche a uno dei collaboratori abituali della Bulat, Mark Lawson (che ha lavorato con lei già su "
Tall Tall Shadow" e "The Garden") e al missaggio finale di Tucker Martine (
Beth Orton,
Neko Case,
The National).
"Basia's Palace", a detta della sua stessa autrice, si pone "come una colonna sonora che racconta un viaggio nel tempo". Non è un caso, infatti, che emergano qui e là reminiscenze stilisticamente varie. Ed è per questo che convivono una accanto all'altra "Laughter" e "Curtain Call", sinteticamente sfuggente la prima e melodrammaticamente compassata la seconda, poste in coda di un disco riuscito, al netto della gemma di turno mancante. Canzoni che la Bulat saprà certamente intensificare dal vivo, come da sua consuetudine, elevandole in tutto il loro bagliore.